martedì 25 marzo 2014

Campo di concentramento di Dachau, Germania



















Ho aspettato a lungo prima di scrivere un post sulla mia visita a Dachau. Volevo essere sicura di saperne parlare nel modo più sensibile e corretto, senza correre il rischio di urtare la coscienza di qualcuno. Tuttavia, la verità è che credo non esista una maniera delicata di parlarne, proprio per la natura stessa dell'argomento trattato. Non c'è nulla di poetico nella storia di un atroce genocidio e, forse, il modo migliore di affrontare la questione è proprio essere il più crudi possibili e lasciar ben intendere ciò che qui è avvenuto. In fondo, è proprio questo il motivo per cui ho deciso di andare a Dachau: per vedere con i miei occhi e per preservarne la memoria. Perché, come disse il generale Eisenhower, "arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo." E non possiamo permetterlo. 

Dopo essere passati attraverso il cancello principale, sul quale domina la scritta "Arbeit Macht Frei" ("il lavoro rende liberi"), ci si ritrova nel grande cortile centrale, quello in cui veniva eseguito l'appello: anche solo pensare che lì, ogni giorno, fino a 60000 persone aspettavano in piedi per ore fa girare la testa . La mia visita è iniziata dal museo, allestito oggi all'interno dell'edificio di manutenzione, costruito dagli stessi prigionieri durante gli anni '30. Il museo racconta cronologicamente la storia del campo e dei deportati. Ci sono pannelli che descrivono la vita quotidiana dei prigionieri e altri che spiegano gli atroci esperimenti che i generali nazisti conducevano su di loro. Verso la fine, sentivo perfino di avere la nausea, ma non sono riuscita a smettere di leggere. 
Dall'altra parte del cortile, vi sono le baracche, con quei terrificanti letti di legno. Solo la prima fila di baracche è ancor'oggi presente. Alle sue spalle, un lungo viale costeggia quelle che erano le basi delle altre baracche e conduce fino al luogo in cui sono stati edificati tre monumenti commemorativi, uno cristiano, uno ebraico e uno ortodosso. 
Appena fuori dal campo, si trovano, invece, i forni crematori e la camera a gas. Poco più in là, le stanze in cui bruciavano i loro vestiti. 

Non è stata una visita piacevole, ma sono felice di esserci stata. L'aver visto con i miei stessi occhi e l'aver toccato con mano quei luoghi credo abbia acceso in me un senso di più profonda sensibilità e umanità. Quindi, se mi chiedete se vi consiglio di visitare un campo di concentramento, la mia risposta è sì: non perché sia una bella esperienza, ma perché è un'esperienza giusta. Perché, citando Primo Levi, "se comprendere è impossibile, conoscere è necessario." 

12 commenti:

  1. Non potrei essere più d'accordo con te. Anche io quando ho visitato Mauthausen sono rimasta molto colpita. Non è una vacanza ma è una visita che deve essere fatta quando ci si sente pronti.

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    1. Esatto, credo sia un'esperienza molto personale e soggettiva, che ognuno deve affrontare con i propri ritmi e da cui ognuno può imparare qualcosa. :)

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  2. Mi ha colpito molto il tuo post... Non posso immaginare come possa essere stato visitare un posto in cui sono avvenute certe cose :( hai fatto bene a condividere questa tua esperienza con noi ^^

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    1. Grazie infinite! Mi fa davvero piacere sapere che è stato un post "utile" :)

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  3. un post da brivido, non per le tue parole, ma per l'argomento.
    Sono molto sensibile a queste tematiche...
    grazie per questo post Alessia :)

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  4. Ci sono stata anche io ed è davvero un pugno nello stomaco. Però tu lo hai descritto benissimo :)

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    1. Grazie! Mi spaventava molto scrivere un post a riguardo, ma sono contenta che sia stato apprezzato! :)

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  5. sono stato a dicembre a monaco e ho deciso di non fare la visita di dachau. passare dal consumismo del natale all'amara realtà di dachau sarebbe stato troppo forte. La prox volta però ne terrò conto. ottimo post, complimenti, ciao Andrea

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  6. Le tue foto sono decisamente più belle delle mie :)
    E' vero che non esistono parole giuste per descrivere questo scempio, e vedo che non sono l'unica che ci ha messo un pò per rielaborare il tutto e raccontarlo. I forni sono terrificanti. Il fatto che ci fosse il sole fa un effetto strano, avevi ragione :/

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    1. Il sole stonava proprio, avrei preferito perfino la pioggia, avrebbe rispecchiato maggiormente il clima generale del posto! Di parole giuste per descriverlo ne esistono veramente poche, infatti all'epoca avevo preferito scrivere poco e lasciare spazio alle foto, che probabilmente parlano da sole. Io, di mio, non sarei ancora in grado di mettere ben insieme un discorso che renda giustizia a Dachau.

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