venerdì 27 febbraio 2015

Tag: #guardacomeviaggio

Se l'Anna inventa qualcosa è sicuramente una figata, quindi devo farla pure io. 


Mercoledì, la mia collega Anna, del blog Profumo di follia, ha lanciato questo interessantissimo tag, con lo scopo di raccontare il modo in cui ognuno di noi viaggia e si comporta quando è a spasso per il mondo. L'idea mi è sembrata bellissima e ho quindi deciso di non perdere tempo e prendere subito parte all'iniziativa. Let's go! 

1. Dove dormo 
Iniziamo subito dicendo che non sono particolarmente schizzinosa in fatto di hotel, non mi interessa minimamente che abbiano palestra, piscina, spa, sette ascensori, ristorante stellato o che altro. Mi basta che sia pulito, ordinato e, se il personale è pure gentile, beh, tanto meglio, ovviamente! Non mi preme nemmeno che venga offerta la colazione, dato che di mattina sono incapace di mangiare più di due biscotti. Su una cosa, però, non sono mai riuscita a scendere a compromessi (e probabilmente mai ci riuscirò): il bagno deve assolutamente essere in camera. Non so perché, ma sono totalmente incapace di accettare la prospettiva di dover dividere il bagno con dei perfetti sconosciuti, motivo per cui evito sempre gli ostelli. 
La posizione è importante, ma cambia a seconda del contesto. Dato che gran parte dei viaggi che facciamo sono rigorosamente on the road, spesso la sera ci fermiamo in un motel lungo la strada, per essere comodi a riprendere il percorso il giorno dopo: questo soprattutto in Nord America, dove ad ogni angolo sorge un qualche Motel 6, Super8 o Holiday Inn (credo ormai di aver provato tutte le catene esistenti, probabilmente potrei scrivere una guida!). Se invece decidiamo di passare qualche giorno in una città, scegliamo un hotel centrale, in modo da poter visitare la città facilmente, senza perdere ore salendo e scendendo dai mezzi pubblici. In realtà, spesso in questi casi cerchiamo un appartamento, che garantisce, secondo noi, maggior libertà, comodità e, soprattutto, ambienti più ampi e spaziosi. 

2. Dove mangio
Allora, qui devo per forza fare un lungo discorso sulle mie strane abitudini alimentari quando sono in viaggio. La mia routine consiste in: ridicola colazione a dir poco scarsa e inconsistente, che farebbe rizzare i capelli a qualsiasi medico nutrizionista (giuro, io ci provo a mangiare di più, ma finisco sempre per stare male); pranzo in un buon ristorante locale, provando i piatti tipici o, veramente, qualsiasi cosa mi ispiri fiducia nel menù; cena a base di yogurt o tè e biscotti in un angolino della mia camera d'hotel. Questo perché, anche a casa, sono una che mangia poco e un pranzo al ristorante mi basta fino al giorno dopo - motivo per cui la scelta di quell'unico pasto serio della giornata è essenziale e dev'essere fatta con estrema serietà e progettualità (tranne quando mi ritrovo in mezzo al nulla nel cuore del New Mexico e sono costretta ad accontentarmi di un qualche terribile fast food).

Ecco, diciamo che ho la mania del fish and chips - che è pure strano, dato che detesto il pesce...

3. Come mi muovo
Questa non sarà una sorpresa: io amo viaggiare in macchina. The road is life, diceva il buon vecchio Kerouac. Il mio palmares vanta follie come 1300 km in giornata e cose del genere. Sono fermamente convinta che si possa cogliere la vera essenza di un Paese solo lasciando le città e le principali destinazioni turistiche e immergendosi nella vita locale ed è proprio quello che riusciamo a fare viaggiando in macchina. So bene che non è una cosa semplice, che viaggi del genere richiedono molti giorni, che sono stancanti e che non tutti possono concedersi un simile lusso, perciò mi sento davvero, davvero, davvero fortunata di averne l'opportunità ogni anno. 
In genere, dunque, prendiamo l'aereo per arrivare nel Paese scelto e lì noleggiamo un'auto e partiamo. Naturalmente ogni tanto facciamo anche weekend tranquilli, in qui ci accampiamo nel cuore di una qualche città europea e la visitiamo in lungo e in largo, ma, ad essere sinceri, non sono per niente brava a fare la turista. 
Detesto le crociere, ma amo i traghetti. Non so nemmeno bene perché. 

4. Le attrazioni che scelgo
Appunto, come ho appena detto, non sono una brava turista. Se sono in una città, visito alcune delle attrazioni principali, ma poi finisco comunque per perdermi nelle stradine e scappare in luoghi meno frequentati. Mi piace stare all'aria aperta, quindi tendenzialmente evito i musei. Ho una strana passione per le chiese e spesso e volentieri entro in tutte quelle che trovo: mi infondono calma e serenità e mi pare di tornare indietro nel tempo per qualche istante. Se qualcosa parla di storia o letteratura, state pur certi che mi troverete lì. Se bisogna pagare, ecco, mi piace già un po' meno ahah (si scherza).

5. Strane abitudini
Posso fare un elenco, sì? Dai.
  1. Non vado da nessuna parte senza un pacchetto di cracker e una bottiglietta d'acqua nella borsa. Poi di solito neanche li tocco, ma devo averli per forza.
  2. Entro obbligatoriamente in almeno un supermercato. Questo perché, da un lato, dato che "ceno" in hotel devo procurarmi qualche yogurt o fetta di pane, e, dall'altro, perché ho una teoria secondo cui si capisce moltissimo di un popolo da quello che si trova nei loro supermercati. Credeteci, è vero.
  3. Mi sento in colpa se non porto un souvenir al mio gatto... dal Canada gli ho portato un "antipasto per gatti"... 
  4. Colleziono segnalibri, matite e tazze
  5. Finiamo quasi sempre nella stanza 210. Giuro. Inizia a inquietarmi un po' 'sta cosa. 
  6. Dal momento in cui entro in aeroporto al momento in cui scendo dall'aereo arrivata a destinazione non tocco cibo. Sì, anche a costo di stare 24 ore senza mangiare. 
Come al solito ho scritto troppo, ma mi sono fatta prendere la mano! Anzi, spero di non aver dimenticato nulla di essenziale ahah. A presto, ciurma! 

mercoledì 25 febbraio 2015

Loin de Paris | Parigi versus Vicenza


Giovedì 12 febbraio 

ore 09.09. Mamma scrive: "Usciamo, ci sentiamo dopo!" 

"Andate, andate!" ore 09.10


"Siete vive?!" ore 21.16

ore 21.20. Mamma scrive "Appena rientrate!!" 

"DOVE SIETE STATE DODICI ORE?!" ore 21.21

ore 21.26. Mamma scrive "In giro. Abbiamo visto tutta Parigi!" 

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Due settimane fa, l'Intrepida Mamma è partita alla volta di Parigi con un gruppo di dieci amiche. Sì, l'idea di undici donne sole e armate di carta di credito in giro per Parigi terrorizza(va?) anche me, ma devo ammettere che la combriccola è stata relativamente brava e attenta al portafoglio. Come ormai saprete, dato che mi sono lamentata a dovere in innumerevoli post, negli stessi giorni io ero intenta ad affrontare i temibili esami universitari e mia madre mi ha quindi abbandonata a me stessa, lasciandomi a casa e incaricandomi di badare al gatto (o incaricando il gatto di badare a me, entrambe le ipotesi sono piuttosto credibili). Potete dunque immaginare che giorni infernali devo aver passato, sapendola a zonzo tra Montmartre e gli Champs Elysées, mentre io me ne stavo rintanata in camera a ripetere per la millesima volta l'elenco delle cause di invalidità di un trattato internazionale. E con quale disinvoltura tralasciava di tenermi aggiornata sul procedere della loro visita! Dodici ore quel giorno sono stata a domandarmi cosa potesse essere successo all'allegra comitiva: si saranno perse nei meandri della metropolitana di Parigi? Saranno state rapite da qualche malavitoso qualunque? Saranno cadute nella Senna, venendo così tragicamente risucchiate nelle profondità oscure delle sue acque? 
E invece no. L'ho scoperto dopo, una volta che l'Intrepida Mamma ha fatto ritorno nelle tranquille prealpi venete: si sono semplicemente divertite da matti. 

Così, dopo che la Madame si è ripresa dal trauma di aver lasciato la Ville Lumière per la ben più noiosa e banale Vicenza, abbiamo passato qualche ora a raccontarci di come entrambe ce l'eravamo spassata in cui giorni e... beh, credo che capirete da soli chi delle due ha vinto. 

L'Intrepida Mamma racconta:
"Siamo uscite verso le nove di mattina e siamo andate alla Sainte Chapelle e da lì ci siamo dirette verso Notre Dame, dove ci siamo fermate ad ammirare l'imponente cattedrale (e le tre papere che dormivano sull'argine della Senna). Poco lontano, ci siamo imbattute in uno dei tanti ponti tempestato di lucchetti, che ha fatto inorridire più o meno tutte. Dopodiché, abbiamo passeggiato per il quartiere latino, mangiando spumiglie ricoperte di cioccolato, e siamo giunte fino al Panthéon, che però non abbiamo visitato perché l'ingresso era a pagamento. Abbiamo mangiato in un bistro molto carino nei pressi della Sorbonne. Nel pomeriggio, abbiamo continuato a piedi lungo la Senna, fino ad arrivare al Louvre, per vedere la piramide. Lungo Rue de Rivoli ci siamo rifugiate in una salle de thé per sfuggire al freddo. Di nuovo, sempre a piedi, abbiamo raggiunto la Place des Vosges (ahaha Alle, questa devi scriverla: stavamo guardando le vetrine e abbiamo visto un ombrello troppo carino. Allora siamo entrare a chiedere il prezzo e l'omino ci ha detto che costava 99€! Però aveva anche la versione da borsetta, quella costava meno, solo 98€!). Da Place de Vosges abbiamo preso la metro per tornare al Trocadéro, dove ci eravamo date appuntamento con le altre donne del gruppo. Abbiamo aspettato le 19.00 ammirando la Tour Eiffel, finché non è stata ora di prendere il Bateau Mouche per la crociera sulla Senna. Praticamente siamo tornare all'appartamento dopo le ventuno. Il giorno prima avevamo visto Montmartre e il Sacre Coeur e il sabato, dopo aver passato un giorno in fiera, abbiamo completato il giro." 

Alessia racconta:
"Ah... ah okay. Beh io credo di essermi alzata verso le nove, ma solo perché dovevo far entrare il gatto che continuava a miagolare sotto la finestra, reclamando il suo posto a letto. Credo anche di aver impiegato circa quarantacinque minuti per prepararmi la colazione, dato che mentalmente ero ancora beata nel mondo dei sogni. Verso le undici mi sono armata di tutto il coraggio che ho e sono partita alla volta dell'ufficio postale, supplicando tutti i Santi che mi passavano per la mente di non farmi trovare la solita coda infinita (e la tecnica ha funzionato, visto che non c'era nessuno! Ci credi?! La posta vuota?! Sì, probabilmente è stato il momento più emozionante della mia giornata). 
A pranzo mi sono fatta una piadina, curandomi scrupolosamente di mangiare sul pavimento del salotto con un vassoio sulle ginocchia, così da non dover nemmeno apparecchiare e sparecchiare la tavola. Ho fatto finta di non vedere i piatti che si accumulavano sulla cucina e sonnecchiato una mezzoretta, prima di tornare piagnucolante sui libri di diritto internazionale e riprendere il ripasso da dove l'avevo lasciato il giorno prima. Per la verità, non credo nemmeno di essere durata tanto, ma facciamo finta di sì, 'che se no qualcuno pensa che io sia la solita pigrona. Diciamo che ho studiato fino alle cinque e mezza di sera, quando mi sono resa conto che probabilmente la casa era così disordinata da sembrare vittima di un bombardamento, e ho iniziato a sistemarla (il minimo indispensabile), per non far prendere paura a papà, che sarebbe tornato dalla Francia di lì a poco. Ho preparato due cotolette e un po' di insalata per cena e mi sono arresa all'idea che quella montagna di piatti andasse lavata, prima o poi. Il gatto? Ah sì, il gatto ha dormito. Tutto il giorno, naturalmente." 

Questo è quanto, amici. La verità è che stare a casa da soli è sempre una gran figata (mamma, se mi leggi, organizza pure tutti i viaggi che vuoi e parti tranquilla), finché non arriva il momento di lavare i piatti. 
Vi lascio con le foto che ha scattato la Capa nella splendida Parigi, sperando che facciamo venire voglia di andarci (o tornarci, come nel mio caso) anche a voi. Così almeno non soffro da sola, ecco.



















lunedì 23 febbraio 2015

Stanchezza cronica ne abbiamo?

Ebbene ciurma, finalmente sono riuscita a riemergere dalle tenebre di questa lunghissima (e improduttiva) sessione d'esami.
Diciamo che non è andato tutto come speravo, principalmente perché l'influenza ha deciso di farmi visita proprio questo weekend, costringendomi a rimandare Diritto internazionale a giugno. Mi dispiace più che altro perché è una materia che, per dirla in modo carino, detesto con tutto il cuore e non vedevo l'ora di togliermela dalle balle, ma mi consolo pensando che, avendola già studiata, riuscirò a prepararla al meglio quest'estate. Per il resto, la sessione invernale è andata fin troppo bene e sono riuscita anche a portare a casa un favoloso 30 tondo tondo in Inglese! Piccole, grandi soddisfazioni ;)

Ora posso finalmente dichiararmi in vacanza. Era ora!, aggiungerei, dato che ormai sento lo stress fin dentro al midollo. Sono stati mesi a dir poco travagliati e pieni di dubbi e paure e, a dirla tutta, sono quantomeno orgogliosa di come sono riuscita a uscirne, ritrovando un senso in quello che sto facendo e, nel mentre, ottenendo comunque ottimi risultati nello studio. Credo quindi di essermelo meritata davvero, un po' di riposo. Da adesso in poi tornerò a scrivere con regolarità e vi sommergerò di post come mai prima d'ora. Vi avverto per tempo, così potete correre ai ripari prima che sia troppo tardi!

A prestissimo (stavolta per davvero), ciurma!

PS.
Intanto ne approfitto per farvi vedere la mia FA-VO-LO-SA felpa della nazionale russa alle Olimpiadi invernali di Sochi 2014, che mio papà mi ha amorevolmente regalato. Perché, insomma, i mondiali di pattinaggio si avvicinano e io non potevo farmi trovare impreparata! E poi ha pure un grandioso "Russian Olympic Team" stampato sulla schiena e io non riesco a fare a meno di andare in giro fingendomi una Julia Lipnitskaya o Ksenia Stolbova qualunque (sono poco gasata io, sì...).

domenica 8 febbraio 2015

Quebec City | Finestrelle e porticine

Non so perché io ci abbia messo così tanto a scrivere un post su quella che, ad oggi, ritengo essere la più bella città che io abbia mai visto. E non lo dico così, tanto per dire: per quanto sia difficile stilare una vera e propria classifica dei miei posti preferiti, so per certo che Quebec City ne occuperebbe l'ipotetico primo posto. Capirete anche voi il motivo.

Nel mio diario di viaggio scrivevo (riporto testualmente, quindi non badate troppo alle frasi sconnesse e senza senso): 

"Quebec City, 6 agosto 2012
Siamo arrivati a Quebec City e posso dire che è senza dubbio la mia città preferita di tutto l'universo. Un sacco di casette con i fiori alle finestre e altre che ricordano invece castelli, gatti sui davanzali, negozietti di souvenir e gente simpatica e cordiale. E il fiume. E tantissimi ristorantini accoglienti. E la calma. Se non fosse per gli inverni a -25°, mi trasferirei qui subito e non me ne andrei più. Abbiamo mangiato italiano e non ho capito una parola di quello che la cameriera mi ha chiesto nel suo assurdo accento franco-canadese."

Sì, insomma, il riferimento al cibo nei miei diari di viaggio c'è sempre, ma ormai ci sarete abituati. Annoto comunque, per dovere di cronaca, che tutti i ristoranti che ho testato a Quebec City erano deliziosi. Altro motivo per andare a vivere lì immediatamente! *
Ho amato ogni angolo della città e, in particolar modo, il distretto storico, in cui si respira un'aria decisamente francese: tante stradine secondarie con scorci magnifici, piccole chiesette, porticine e finestre colorate e un'atmosfera così serena che è stato impossibile non innamorarsene perdutamente. L'unica cosa che mi ha fatto saltare i nervi è il francese incomprensibile che parlano 'sti canadesi del Quebec e le loro "e" così larghe che parevano spesso più simili ad "a". Ricordo la famosa cameriera di cui parlavo prima e il modo in cui ci ha chiesto "Voulez-vous la liste des desseeeerts?". Però glielo perdono, perché i Québécois, in fin dei conti, sono adorabili. 

Insomma, potrei stare qui a parlare per ore, quando alla fine l'unica cosa che riuscirei a dire è: se passate da quelle parti, fermatevi a Quebec City almeno un giorno. La città è piccolina, ma merita assolutamente di essere visitata. Io l'ho vista in piena estate, con un clima tiepido e veramente piacevole, ma sogno di tornarci un giorno in inverno e ammirarla quand'è tutta bianca e innevata. Non ho dubbi che lo spettacolo compenserebbe appieno il freddo glaciale che sarei costretta a sopportare. 

* edit: mi sono appena ricordata una cosa fondamentale. Se siete stati in Nord America saprete quant'è difficile trovare una vera panetteria come la intendiamo noi - e saprete anche che è ancora più complicato trovarne una in cui il pane sia effettivamente buono, o perlomeno accettabile. Bene, a Quebec City questo problema non si presenterà: il pane lì è délicieux. Ah, la buona vecchia influenza francese! 




Sondaggio: chi di voi pensa che quel CAF abbia perso una lettera e quanti invece
ritengono che si tratti di un Centro di Assistenza Fiscale in incognito? Votate signori!













giovedì 5 febbraio 2015

United States of "very italian pasta" | Mangia come Viaggi

...per la serie "loro ci provano, ma non ce la fanno". 

Avevo preannunciato nel post di fine anno che avrei iniziato a scrivere una rubrica dedicata al cibo e alla cucina, in cui parlare delle ricette tipiche di altri Paesi o, meglio ancora, di come vengono interpretati i nostri piatti tradizionali all'estero. E quale miglior modo per cominciare, se non con una buona pasta? Ecco. Mettiamo l'accento su quel buona.


Un'Alessia 17enne sconcertata da quello che si ritrova nel piatto.
"Cos'è 'sta roba? Perché c'è un fiore? Eh?"

Ma perché dovete usare degli spaghetti al pomodoro come condimento per la vostra carne?
A sinistra potete notare i piatti di deliziose lasagne su cui stavamo piangendo io e mio padre.

Sì, tranquilli, poi se scavate a fondo trovare pure gli spaghetti.

...eh? BOH.

C'è una regola generalmente condivisa che consiglia di non provare a ordinare piatti tipici del proprio Paese all'estero e di assaggiare, invece, ricette locali. Per quanto mi riguarda, concordo al 100%. Va però detto che, quando si passano due, tre, anche quattro settimane via da casa, un po' di nostalgia si fa sentire e si finisce quindi per cadere in tentazione. Si pensa, "dai, non potrà essere tanto male", si entra in un ristorante italiano, si ordina un bel piatto di pasta e... si resta inevitabilmente delusi. Questo è vero nella maggior parte dei casi, percentuale che sale al 99,8%* se il ristorante in questione si trova negli Stati Uniti. Perché sì, gli americani sono tenerini e coccolosi ed estremamente volenterosi, ma di pasta, purtroppo, non ne capiscono niente

* quello 0,2% dei casi che mi sono sentita di escludere si riferisce ai pochi veri ristoranti italiani che si trovano soprattutto nelle metropoli. Lì in teoria qualcosa di accettabile si può pure mangiare.

Nei miei otto viaggi negli Stati Uniti ho imparato cinque cose riguardo al loro modo di intendere e cucinare la pasta: 
  1. In pochi hanno capito che l'acqua in cui si cuoce la pasta va salata. Di quei pochi che l'hanno capito, pochissimi sanno anche azzeccare la dose giusta, perciò spesso si finisce col trovarsi a fare i conti con un piatto di pasta completamente insipida. 
  2. Conoscono pochi tipi di pasta e, di solito, ne storpiano adorabilmente il nome. Linguini, fettuccini, macaroni... tutta roba fantasiosa. 
  3. Provate a chiedere del formaggio. Provateci, su. Loro, tutti saltellanti e orgogliosi, vi annunceranno di avere del vero Parmesan Cheese. Non serve che vi dica che non ha niente a che fare col nostro parmigiano, vero? Ma voi lasciateglielo credere.
  4. AGLIO OVUNQUE. Fiumi di aglio ovunque. Se potessero ne infilerebbero un spicchietto pure nell'acqua. 
  5. Parliamo di sughi e condimenti. No, fermi, qui ci vuole un paragrafo a parte.
...per la serie "Vi do 10 punti per l'impegno": sughi & condimenti
Tra le tante salsine che potreste trovare a dar sapore alla vostra pasta, nessuna suona troppo italiana. Le accoppiate classiche sono macaroni 'n' cheese, spaghetti with meatballs e fettuccini Alfredo. Analizzandole, possiamo dire che:
  • Mac'n'cheese: pare una buona idea, finché non vi presentano un piatto di poveri maccheroncini intrappolati sotto una spessissima coltre di formaggio fuso, a volte pure gratinato. 
  • Spaghetti with meatballs: ovvero spaghetti al pomodoro con gigantesche polpette di carne (frequentemente piene zeppe di pepe). A me sfugge ancora il senso di voler mangiare pasta e polpette insieme, ma via, glielo concedo. 
  • Fettuccini (o linguini) Alfredo: tra tutti, il piatto che a me risulta più facilmente mangiabile (e quello su cui solitamente ripiego). Non ho mai capito in cosa consistesse questa salsa all'Alfredo, ma cercando su internet ho scoperto che è stata effettivamente creata in Italia, in un ristorante di Roma, nel lontano 1914. Nell'idea dell'inventore, Alfredo per l'appunto, era sufficiente unire burro e parmigiano e mescolarli insieme fino ad ottenere una crema semplice e deliziosa. Inutile dire che gli americani, tra cui il piatto è davvero famosissimo, l'hanno un pochino stravolta a loro piacimento, giusto? C'è però da dargli il merito di aver inventato abbinamenti pazzeschi (non saprei come altro descriverli), unendo all'Alfredo sauce a volte del pollo, altre volte dei gamberetti, altre ancora piselli e prosciutto e, insomma, chi più ne ha, più ne metta.
Esistono poi tantissimi altri condimenti, più o meno aderenti alla tradizione italiana, su cui non mi dilungherò. Solo un consiglio: non provate il pesto. Davvero. Non fatelo. Lo dico per il vostro bene.

Ci tengo però a spezzare una lancia in favore di tutti i veri, buoni ristoranti italiani, che, seppur pochi, esistono sicuramente. Ne ho in mente uno, il Mama Mia a Portland, Oregon (che pure si è perso una 'm' per strada), in cui ho mangiato una fantastica pasta all'uovo fatta in casa che aveva poco da invidiare alla nostra. E già che ci siamo spezzerei un lancia anche per tutti gli altri ristorantini di provincia, che nonostante i risultati che ottengono non siano sempre dei migliori, ci mettono tanto impegno e, a loro modo, contribuiscono a diffondere la nostra cucina oltreoceano - e, in fin dei conti, non è colpa loro se i nostri palati esperti vengono così difficilmente soddisfatti ;)
Però davvero, non provate il pesto. 

lunedì 2 febbraio 2015

Tour letterario: la casa di Anna dai capelli rossi (P.E.I, Canada)


Alzi la mano chi ha visto tutti gli episodi di Anna dai capelli rossi (quattro o cinque volte, pure) o ha letto i libri! Immagino tutti, bene o male. 

Per quanto mi riguarda, quel cartone è stato parte integrante della mia infanzia. Ricordo che lo guardavo ogni mattina, mentre facevo colazione e imploravo mia mamma di non farmi andare a scuola. Era un appuntamento fisso, sia per me che per lei. Per questo motivo, quando siamo capitati sulla Prince Edward Island è stato d'obbligo fare un salto fino a Cavendish e visitare la casa che ha ispirato la storia di Anna. Anzi, qualcosa mi dice che abbiamo deciso di andare sull'isola proprio per lei. 

Poiché so bene che la maggior parte degli italiani ignorano l'esistenza di questo posto (io stessa non ne sapevo pressoché nulla prima che me ne parlasse l'Intrepida Mamma), vi spiego di cosa si tratta. In breve, Lucy Maud Montgomery, autrice di Anne of Green Gables, era cugina della famiglia MacNeill, proprietaria della casa e dei terreni circostanti. La scrittrice vi passò molto tempo da giovane e, amando profondamente il luogo, decise di utilizzarlo come ambientazione per il suo celebre romanzo. 

Iniziamo dicendo che la casa è, se non identica, sicuramente molto, molto somigliante a quella che tutti conosciamo dal cartone animato. Potete dunque immaginare quanto io fossi esaltata mentre ne esploravo i dintorni e mi perdevo vagabondando all'interno delle stanze (tutte rigorosamente arredate!). Per non parlare di quando abbiamo percorso i vari sentieri (dal Lovers' Lane al Balsam Hollow - vorrei tanto ricordarmi come sono stati tradotti in italiano), perché sì, esistono anche quelli! Mi sentivo una piccola Anna, con tanto di treccine e occhi spalancati. Insomma, mi mancavano solo le lentiggini e un vestito verdino col grembiule bianco. 

Poco lontano dalla Casa dai tetti verdi è anche possibile visitare il sito in cui sorgeva la casa di L.M. Montgomery, di cui purtroppo rimangono solo le fondamenta, e nel cimitero di Cavendish sorge ancora la sua tomba. 

So che probabilmente se non avete mai visto il cartone animato questo luogo non vi dirà niente - anche se, sinceramente... dove diavolo avete vissuto?! - ma posso assicurare a chiunque abbia avuto, invece, l'onore di fare la conoscenza di Anna che a Cavendish vi divertireste da matti e vi sentireste trasportati indietro nel tempo e, ancor meglio, direttamente nel cuore del racconto. Insomma, per farla breve: è una grande, grandissima figata. Vorrei solo che le foto che abbiamo scattato quel giorno facessero meno pena, ma il fato ha voluto che uscissero tutte o molto mosse o molto storte o con colori e luci improponibili. Ma hey, se proprio risultassero inguardabili voi ditemelo pure, che torno volentieri indietro a scattarne di nuove! Lo farei per voi, chiaramente ;) Ci siamo capiti ;) 














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