lunedì 30 marzo 2015

Sull'Italia | Io non me ne vado

Qualche mese fa ho scritto un post su come ho finalmente imparato ad andare fiera di essere italiana. Dopo tanti anni passati a detestare il mio Paese, ciò che ha reso possibile questa piccola rivoluzione è stato essenzialmente un cambio di prospettiva. Viaggiare mi ha fatto capire che ogni Paese ha pregi e difetti e che la perfezione, che in molti pensano di trovare appena al di là dei confini italiani, non esiste. Soprattutto, ho capito che, se anche decidessi di andarmene, non smetterei di essere italiana. Potrei imparare a mimetizzarmi tra la folla, comportarmi come una tedesca, un'australiana o una canadese, ma sotto sotto rimarrei pur sempre italiana e permarrebbero comunque certi atteggiamenti o modi di pensare che mi ha tramandato il mio Paese e che semplicemente non si possono eliminare stracciando un passaporto. Questo è un dato di fatto.

Parlando con un amico di Novosibirsk (Russia), sono rimasta stupita quando ho scoperto che in casa sua l'acqua calda arriva si e no cinque o sei ore al giorno, che ogni tanto manca l'elettricità e che gli inverni a -25° sono lunghi e difficili. Gli ho chiesto come riesca a vivere così, se non preferirebbe scappare alla ricerca di condizioni migliori. Lui mi ha risposto: "Non so, questa è casa mia e perciò mi piace, che senso avrebbe andare da qualche altra parte?" È una cosa che mi è rimasta impressa. Mi sono chiesta, perché io, che ho l'acqua calda, l'elettricità e tutto l'essenziale per vivere tranquilla, non posso volere altrettanto bene alla mia casa?

Ho smesso di lamentarmi e ho iniziato a guardare con occhi diversi quello che ho attorno. La politica italiana non funziona, è vero, e più studio scienze politiche più me ne rendo conto. Ma un Paese non è la sua classe dirigente, né le decisioni che essa prende. Oh sì, i signorotti in Parlamento di colpe ne hanno tante e sono la prima ad arrabbiarsi con loro e con i loro modi di fare, con le tante chiacchiere insensate e le troppe promesse mai mantenute. Però l'Italia è di più e gli italiani stessi sono molto di più. Siamo gli eredi di una storia lunga e bellissima, di una cultura densa e profonda e possiamo vantare capolavori artistici e architettonici ineguagliabili. Ma non solo: abbiamo tradizioni, modi di pensare e di agire intrinsecamente italiani, che andrebbero celebrati e protetti e non oscurati dalla solita, noiosa voglia di omologazione a modelli importati dall'estero. So che è un discorso detto e ridetto, ma non finisco mai di stupirmi del modo in cui la gente, biecamente, si ostina a pensare che all'estero si stia meglio. Perciò sfatiamo alcuni miti, dai:

  1. "Negli Stati Uniti è tutto perfetto": conosco gli Stati Uniti abbastanza bene da poter dire che la vita negli USA sia effettivamente più semplice, ma solo sotto certi punti di vista. Sì, c'è meno burocrazia, meno impicci, probabilmente alcune cose costano meno. Ma poi ti ritrovi a dover ipotecare la casa per poterti permettere l'assicurazione sanitaria (vorrei dire che è un'iperbole, ma sappiamo tutti che la realtà non è molto dissimile), perché altrimenti un banale ricovero rischia di costarti 30.000$, se non di più. E ti ritrovi pure a dover aprire un mutuo per poter studiare, perché un posto in un'università decente costa il triplo che qui. Per non parlare dell'etica americana, estremamente competitiva, spesso aggressiva e vendicativa, della loro mania per le armi e le loro mille fobie. (Poi, per carità, nessuno nega che sia un Paese bellissimo, io stessa ci torno quasi ogni anno)
  2. "In Scandinavia è tutto perfetto": i Paesi nordici hanno chiaramente una marcia in più e questo non lo si può negare. Università gratuite, servizi efficienti, parrebbe davvero tutto perfetto. Io stessa, quando sognavo di andarmene dall'Italia, ero stata attratta dall'opzione Norvegia, ma quando l'estate scorsa ho avuto modo di visitarne una parte ho scoperto, con mia grande sorpresa, che non è tutto rose e fiori. Già, nemmeno lì. Il sistema stradale è a dir poco ridicolo e l'idea di impiegare 7 ore per fare 400 chilometri pare tutt'altro che allettante. Per quello che ne so, i trasporti pubblici non sono a buon mercato. Non essendo parte dell'Unione Europea, i costi di importazione di determinati prodotti sono piuttosto elevati e questo condiziona soprattutto la scelta alimentare. Ah, anche loro pagano una tassa per il semplice fatto di possedere un televisore. 
  3. Volevo dedicare il terzo punto alla Germania, ma mi basta dirvi questo: sapete che i bagni negli autogrill si pagano? Tra 50 e 70 centesimi. E non pensiate che, così facendo, si preoccupano di tenerli più puliti che qui: ho attraversato il Paese per intero ben due volte e spesso e volentieri l'igiene era equiparabile a quanto trovo solitamente sulla Modena-Brennero (dove almeno non pago). Mi pare ovvio dubitare della superiorità del popolo tedesco, adesso. (Si scherza, ovviamente) 
  4. "Trasferiamoci tutti in Qatar!": lo sapete, vero, che per lasciare il paese avrete bisogno di un permesso? 


Ad ogni modo, tutto questo è per dire che, così come noi abbiamo i nostri problemi, loro hanno i loro. Da quando ho messo le cose nella giusta prospettiva, ho deciso di farla finita con questo sterile pessimismo. Così, adesso, quando alla tv sento "La maggior parte degli italiani vuole andarsene dall'Italia" mi sale la tristezza, che poi si trasforma in una rabbia sottile. Ben venga chi riesce a migliorare la propria vita, che sia qui o all'estero. Ma troppo spesso le lamentele provengono da gente che non ha nemmeno il coraggio di provarci, ad andare via. Quello che voglio dire è: pensi di poter stare meglio altrove? Allora vai! Ma se decidi di restare qui, è ora di smettere di vedere tutto nero e di parlare, parlare, parlare a vanvera. Bisogna darsi da fare. I problemi ci sono e l'unico modo per risolverli è rimboccandosi le maniche, prendendo coscienza di ciò che abbiamo da salvaguardare. E lavorare. Per questo motivo, a chi mi propina le statistiche che dicono che otto giovani su dieci pensano che per avere futuro debbano andare all'estero, io rispondo di essere una di quei due che invece vuole rimanere. Provare a farcela qui. Perché, dopotutto, è casa mia.

sabato 28 marzo 2015

Liebster Award 2015


Buongiorno ciurma!
Anche il post di oggi riguarda un premio, che mi è stato assegnato da Ika di Dreaming Wonderland proprio ieri. Scoprirlo mi ha reso davvero felice, è bello sapere che qualcuno pensa al mio blog in queste occasioni (tra l'altro è il secondo Liebster award che ricevo!). Quindi, Ika, grazie di cuore! 

Le regole del premio sono:
1. Ringraziare il blog che ti ha nominato
2. Rispondere alle domande
3. Nominare altri 10 blog e porre loro 10 domande

Non vedo l'ora di rispondere alle domande di Ika, anche se temo che mi ritroverò a scrivere poemi infiniti, dato che molte riguardano i libri e la letteratura, tema che amo e che mi fa diventare incredibilmente loquace. 

- Quale classico dovrebbe essere letto almeno una volta nella vita? Perchè?
Prima domanda e sono già in crisi. Vorrei poterne dire tantissimi (mi vengono in mente Delitto e Castigo, Cime Tempestose, qualsiasi cosa scritta da Charles Dickens), ma credo che I Miserabili prevarrà sempre su tutti. Non è solo un grandissimo classico, è il romanzo per eccellenza. Riesce ad abbracciare tutti i temi più importanti della letteratura e a descrivere la vita in ogni suo più piccolo aspetto. Quindi, se non l'avete ancora letto, fatelo, vi scongiuro (ve lo ordino!). E non fatevi spaventare dalla mole: so che 1000 pagine possono sembrare tante e so anche che ha la fama di essere un libro difficile (grandissima balla), ma io la ritengo una lettura necessaria, da affrontare almeno una volta nella vita. 

- Qual'è il tuo telefilm preferito? (Se non ne hai solo uno, dimmene al massimo 5 dai :D)
Dunque, io sono una da telefilm polizieschi: di Criminal Minds (il mio preferito in assoluto), Hawaii Five-O, Ncis e Ncis Los Angeles so praticamente tutte le stagioni a memoria. Un'altra serie che amo moltissimo è Merlin, anche se non sono ancora riuscita a vederla fino in fondo (ci arriverò pian piano, promesso!). In generale comunque non sono una persona ossessionata dai telefilm, mi piace guardarne alcuni, ma non riesco a seguirne tantissimi!

- In che personaggio di finzione o non ti rispecchi di più? (può essere un personaggio di un libro, di un film, di una serie, reale, ecc) Per quale motivo?
Posso rispondere dicendo, semplicemente, che non ne ho idea? Ahaha. Non sono ancora riuscita a rispecchiarmi totalmente in qualcun altro. Spessissimo ritrovo in Julia Lipnitskaya (pattinatrice russa e mio grande mito) molti aspetti della mia personalità: mi sembra sempre che abbiamo caratteri davvero simili e che pensiamo e ci comportiamo nello stesso modo (non conoscendola di persona, però, non posso esserne del tutto sicura). Spessissimo, inoltre, mi sembra di trovarmi in un qualche romanzo di Murakami e in Norwegian Wood in particolare: non nel senso che mi rivedo nei personaggi, ma nelle sensazioni, nelle atmosfere. Cosa strana, lo so!

- Quale/i libro/i racchiude/ono tutti gli elementi che più ami?
THE BOOK THIEF. Non ho alcun dubbio a riguardo. Adoro qualsiasi aspetto di quel libro, c'è tutto quello che adoro e mi fa sempre piangere, proprio come piace a me. 

- Dimmi il migliore e il peggiore libro letto l'anno scorso!
Il miglior libro che ho letto l'anno scorso è sicuramente Norwegian Wood di Murakami. Un capolavoro, non saprei come altro definirlo. Il libro peggiore è... mi viene da dire Il profumo delle foglie di limone di Clara Sanchez, anche se non sono sicura di averlo letto l'anno scorso o quello prima. Ad ogni modo, è così irreale e assurdo che non sono mai riuscita a capire come abbia fatto il mondo ad averlo preso sul serio. Questione di gusti, chiaramente, ma mi ha lasciata davvero parecchio sconcertata. 

- C'è un libro che ti ha cambiato la vita o che comunque si è rivelato veramente importante?
A costo di sembrare veramente banale, devo dire di nuovo I Miserabili. L'ho letto a 15 anni e da allora continuo a riprenderlo in mano regolarmente. Non credo che mi stancherà mai e non saprò mai spiegare a parole cosa quel libro significa per me. 

- In che mondo libresco, filmico o telefilmico ti piacerebbe essere catapultata?
Sicuramente Narnia! Anzi, specifichiamo: la Narnia della fine de Il leone, la strega e l'armadio, quando tutto è felice e tranquillo. Però ci vorrei anche il Principe Caspian, per ovvi motivi che penso tutte potrete immaginare :D 

- In quale principessa delle fiabe ti ritrovi? Perchè?
A questa domanda non so dare risposta, non credo di riconoscermi molto nelle principesse delle fiabe classiche. Non so se vale, ma mi viene da dire Merida (da Ribelle - The Brave), soprattutto per l'ostinazione con cui non sopporto di prendere ordini dagli altri e di sentirmi dire cosa devo o non devo fare ahah. 

- Hai mai acquistato un libro basandoti solo sulla cover? Come si è rivelato?
Basandomi solo sulla copertina non credo, mentre sicuramente ne ho comprati alcuni attratta semplicemente dal titolo. E di solito non sono state scelte azzeccate ahah

- C'è stato qualche film che ti è piaciuto maggiormente o allo stesso livello del libro?
Mmh ho sempre trovato i film di Harry Potter molto belli, anche se magari non allo stesso livello del libro. Anche The Book Thief mi è piaciuto molto, ma comunque non raggiunge lo splendore incontrastato del libro. In generale, però, i libri sono sempre meglio, credo sia una sorta di legge universale :D 

Ora tocca a me. Dato che i blog che nominerò trattano tutti di viaggio, le mie domande riguarderanno questo argomenti. Sono molto curiosa di sapere le risposte! 

  1. Se potessi eliminare dalla memoria i ricordi di un posto che hai visto, così da poterlo visitare di nuovo come se fosse la prima volta, che località sceglieresti?
  2. Quando sei in viaggio: panino al volo per avere il tempo di visitare il più possibile o pranzo completo al ristorante per assaggiare tutto ciò che la cucina locale ha da offrire?
  3. Musei sì o musei no? 
  4. Crociera sì o crociera no?
  5. Hai mai pensato di fare un viaggio a piedi? 
  6. Quando viaggi preferisci avere tutto programmato o lasciare spazio all'improvvisazione e al caso? 
  7. C'è qualcosa che non può mai assolutamente mancare nella tua valigia?
  8. Una località che consiglieresti di visitare a tutti almeno una volta nella vita?
  9. Sei stato in tutti e cinque i continenti?
  10. Hai a disposizione solo tre viaggi: dove scegli di andare?



Nomino


Aspetto le vostre risposte! 

martedì 24 marzo 2015

Vecchiette con la copertina | Weekend trasgressivi tra cugine


Sabato pomeriggio ho scherzato con mia cugina, dicendole che avrei scritto un post sul nostro emozionantissimo weekend. Questo perché lei mi ha fatto sapere che si diverte a leggere il mio blog a scuola, quando nelle ore di ginnastica deve trovare un modo per passare il tempo e per scaricare la batteria del telefono (nota a me stessa: chiederle perché mai dovrebbe volere scaricare la batteria del telefono). Quindi, cara Fabi, dato che non credevi che sarei stata davvero capace di parlare delle nostre trasgressioni ribelli, questo è per te. 

Sabato mia mamma e nostra nonna hanno deciso di andare a passare la giornata al mare e ci hanno quindi lasciate a casa da sole, abbandonandoci alle crudeltà della vita. No, va bene: in realtà ho deciso io di non andare, ma la frase suonava molto meglio così, condita con un po’ di sano dramma. Ad ogni modo, alle nove e mezza di mattina ci siamo trovate a dover decidere come impiegare le successive sette o otto ore. Avendo a disposizione un’immensa casa nel bel mezzo dell’immensa (e desolata) Pianura Padana e potendo teoricamente fare qualsiasi cosa ci passasse per la testa, abbiamo finito per ripiegare sull’unica attività che ci riesce veramente bene: mangiare. Troppo. Era pure ora di colazione, perciò non potete biasimarci. Non del tutto, almeno. Mia cugina ha aperto le danze tuffandosi nel gelato avanzato dalla sera prima, perché, diceva, “mi sa troppa briga masticare”. Giustamente. Io, che invece stavo già di mio morendo di freddo, non ho avuto il coraggio di affondare il cucchiaino nella crema alla banana e, alla fine, anche mia cugina ha lasciato perdere. Ha aperto il frigo, perlustrandolo attentamente alla ricerca di qualcosa di più adatto all’occasione, e mi ha piazzato davanti una vaschetta di salumi piacentini d.o.p. Da brave emiliane, la mezzora successiva è stata dedicata a spazzolare accuratamente 120 grammi di salame, pancetta e coppa, preoccupandoci però di accompagnare il tutto con delle tristissime gallette di mais per fingerci incredibilmente sane e attente alla linea (pfft macché).

Poiché la mia proposta troppo ganza di giocare a Monopoli non è stata ben recepita, ci siamo trasferite nello studio, armate di cuscini e cioccolata, e, come due vecchiettine con la copertina, ci siamo sparate due film di fila, con buona pace dei nostri occhi doloranti e delle schiene che imprecavano contro le scomodissime sedie. Che ci volete fare, noi sì che sappiamo come divertirci… MH. Essendo pure molto furbe, non abbiamo calcolato bene i tempi e la durata dei film, cosicché ci siamo ritrovate alle 2.15 del pomeriggio con ancora il pranzo da preparare (pensavate che dopo tutto il salume della mattina fossimo sazie, eh? E invece no. Siamo pozzi senza fondo, noi). Siamo riuscite a mangiare a un orario improponibile per i miei standard, alternando le forchettate di pasta a conversazioni del tipo "Alle, dov'è il colino?", "Non so, hai provato a vedere nella lavastocosa?" e tentando di sopperire alla mancanza di pane con esperimenti ben poco riusciti. Ve li racconterei, ma poi voi chiamereste quelli della sicurezza alimentare, quindi credo sia meglio lasciar perdere. Dico solo che centravano delle friselle, del ragù di tacchino e tanta, troppa acqua. Roba improponibile.

So cosa state pensando: "Dai, adesso invitano 150 persone e fanno una festa grandiosa che durerà fino all'alba, o almeno finché la nonnina non tornerà a riprendere possesso della casa." E invece no. Siamo così trasgressive che, potendo fare qualsiasi cosa, non abbiamo fatto niente. Dopo pranzo siamo rimaste due ore sedute a tavola a parlare di cavolate prive di alcuna rilevanza socio-culturale, senza neanche preoccuparci troppo di sparecchiare, finché lei non è andata a fare un giro in centro e io a trovare una prozia e a sbaffarmi la sua ottima crostata al cioccolato. And that was it. Capito che vita, ragazzi? 

Però Fabi, la prossima volta una partitina a Monopoli me la fai fare, eh? Giusto per movimentare la cosa ;)



domenica 22 marzo 2015

The very inspiring blogger award


Ciao ciurma!
Sono appena tornata da un weekend a Parma a casa della nonnina e ho trovato un bellissima sorpresa: le ragazze di Goodnight and travel well e Natascia di Ginevra in giro mi hanno nominata per il Very Inspiring Blogger Award. Ricevere questi premi è sempre un grandissimo onore, perché mi fa capire che il mio lavoro viene apprezzato da chi mi legge. Non esiste sensazione migliore per me e voglio quindi ringraziarvi tutte di cuore!
Le regole sono semplici:

  1. Raccontare 7 fatti curiosi o particolari sulla propria vita;
  2. Nominare a propria volta 15 blog che ci hanno ispirati.
Essendo già stata nominata per il premio l'anno scorso, sto facendo una fatica disumana a trovare sette cose da raccontare su di me senza ripetere quanto già avevo scritto nel primo post. Non sono brava a parlare di me, ma via, proviamoci: 

  1. Sono timidina e introversa. Parlo poco e mi piace stare per conto mio. È una cosa che in molti non capiscono, ma per me è essenziale: ho bisogno di passare del tempo da sola, lontana da tutti e da tutto. Non mi annoio mai e ho sempre mille idee che mi frullano in testa. Per quanto strano o ridicolo possa sembrare, sono molto amica di me stessa e mi diverto tantissimo in mia compagnia. Mi piace potermi estraniare, stare in silenzio, riflettere. Divento incredibilmente produttiva in questi momenti. Ho passato anni a considerarmi una sfigataella e a ripetermi "dovresti provare a essere estroversa", come se fossi colpevole di qualcosa di spregevole, ma adesso sono stanca. Sarebbe bello se la società smettesse di proporre modelli distorti e imparasse ad apprezzare l'unicità di ognuno, introverso o estroverso che sia - ma di questo parleremo un'altra volta ;)
  2. Ho un serio problema con le lingue straniere: vorrei impararle tutte! Parlo già molto bene inglese e spagnolo, me la cavo in francese e sto studiando russo, ma non sono mai soddisfatta. C'è una vocina nella mia testa che ogni giorno mi dice "Hey, potresti comprare una grammatica polacca e imparare qualcosina" o "Che ne dici di un corso di svedese?" e ancora "E l'ebraico biblico?!". Non andrà a finire bene, ve lo assicuro. 
  3. Adoro la storia: antica, medievale, moderna o contemporanea, non importa il periodo. State pur certi che, se mai vi doveste trovare a conversare con me, troverò sicuramente il modo di nominare qualche strano personaggio vissuto cento o mille anni fa. Ho letto una quantità spropositata di libri e saggi sulla seconda guerra mondiale e sull'olocausto, ho un grande interesse per i regimi totalitari e in particolar modo per la storia dell'Unione Sovietica e... no, basta, se no mi prendete per pazza!
  4. La mia memoria funziona in modo anomalo: ricordo tutto, tranne le cose importanti. Mi dimentico le faccende che mi affida mia mamma, mi dimentico di andare in posta se devo spedire qualcosa, mi dimentico di controllare l'email dell'università e mi dimentico perfino di avere il gatto che dorme in fondo al letto, quando di sera sono sotto le coperte e mi giro e rigiro rischiando di farlo volare per terra. Però le cose inutili, quelle sì che le so tutte. Ricordo cos'ho mangiato il 5 agosto 2011 e cosa c'è scritto a pagina 19 del mio libro di storia ottocentesca di quarta liceo - e non sto scherzando. 
  5. A dicembre ho imparato a ricamare e ho scoperto di essere pure brava. Mi diverto da matti a seguire gli schemi (un po' meno a disfare tutto quando mi accorgo di aver sbagliato qualcosa). Ho sempre voluto saper disegnare, ma sono sempre stata piuttosto incapace: con ago e filo mi sembra di riuscire a sopperire a questa mia grave mancanza!
  6. Ho una stranissima passione per le chiese. Le trovo magiche e misteriose e passerei ore seduta in un angolino di qualche immensa cattedrale. Non so cosa ci trovi di così affascinante, saranno i secoli che si portano sulle spalle, sarà l'enorme numero di persone che è passato per di lì o forse il loro silenzio carico di tensione: fatto sta che le adoro e, quando sono in viaggio, mi curo sempre di visitarne qualcuna (purché non si debba pagare: l'ingresso a pagamento in una chiesa mi pare, è il caso di dirlo, un'eresia). 
  7. L'ultimo punto di un elenco mi mette sempre l'angoscia. Vorrei parlare del mio amore per la scrittura (anche se sarebbe banale, perché se non amassi scrivere non avrei un blog), dell'odio che provo per la gente che non sa cos'è l'autoironia e si prende sempre troppo sul serio o del fatto che, come volevasi dimostrare, ho dimenticato di aver tirato fuori gli ingredienti per una torta ben un'ora e mezza fa e di non averli più toccati da allora. Ma, visto che mancano poche ore all'inizio della settimana più bella dell'anno, non posso far altro che dirvi questo: stanno per cominciare i mondiali di pattinaggio e io sono pronta a piangere dall'emozione e contorcermi sul pavimento del salotto, tifando aggressivamente per i miei miti. Saranno sette giorni splendidi, amici, e io non vedo l'ora di alzarmi alle 3.30 del mattino per seguire le gare in diretta (ma proprio a Shanghai avete dovuto organizzarli, sì?!). Cosa non si fa per amore, eh? ;) 
Eccoci qui, dunque! Ora dovrei nominare a mia volta 15 blog, ma temo di non esserne in grado. Un po' perché i blog che mi ispirano sono davvero troppi e non voglio fare un torto a nessuno (né stilare un elenco di, tipo 50 siti web!), un po' perché ne avevo già menzionati 15 l'altra volta, molti dei quali ancora seguo con interesse. Quindi, facciamo così: vi nomino virtualmente tutti e vi invito a raccontarmi nei commenti (o con un post sul vostro blog, che leggerò con molto, molto piacere) qualche curiosità su di voi, così da conoscerci ulteriormente! 
A presto, ciurma (e buona settimana più bella dell'anno ♥)!

mercoledì 18 marzo 2015

E voi credete agli alieni? | Rachel, Nevada e l'Area 51


Ditemi, ciurma, voi credete agli alieni? Io non so mai veramente cosa rispondere, ma spesso mi ritrovo a pensare che sia assurdo ritenere che l'uomo, così piccolo e insignificante, sia l'unico abitante di questo infinito universo. Mi piace l'idea che ci sia qualcun altro, oltre a noi. Tuttavia, esiste un posto negli Stati Uniti in cui nessuno ha alcun dubbio a riguardo: non siamo soli e gli alieni esistono eccome! 
Si tratta di Rachel, minuscolo paesino di ben 54 abitanti, situato letteralmente in mezzo al nulla, nel cuore del deserto del Nevada, lungo quella che viene chiamata la Extraterrestrial Highway. La sua fama deriva dal trovarsi a pochi chilometri dall'ingresso dell'Area 51, in cui c'è chi dice siano avvenuti scambi e contatti con gli extraterrestri. 
Ecco, diciamo che gli abitanti di Rachel ci hanno marciato un po' su questa storia... Ci sono finti alieni ovunque. Il paese è composto, oltre che da qualche fattoria, da un motel con ben 12 stanze (l'A'le'inn) un bar/ristorante, rigorosamente a tema alieni, e di un negozietto in cui si possono acquistare souvenir. Sì, raffiguranti degli alieni, ovviamente. 

Visto che, quando siamo passati di lì, era quasi ora di pranzo, abbiamo deciso di fermarci a mangiare all'A'le'inn. Tre cose mi sono rimaste impresse di quel ristorante: 
  1. la proprietaria, che mi ha esortata a tenermi ben lontana dal bancone del bar e dai suoi alcolici, visto che non avevo ancora 21 anni, facendomi chiedere se avessi la faccia di una che non vede l'ora di scolarsi una bottiglia di vodka a mezzogiorno;
  2. la proprietaria, che, mentre mangiavo un triste panino con salsa al tonno in un triste piatto di carta seduta a un triste tavolino grigiastro, mi ha fatto notare che portava la dentiera (no, me l'ha proprio fatta vedere), affermando che facevo bene a curare bene i miei denti;
  3. la proprietaria (sempre lei) e la sicurezza con cui, dopo essere uscita di lì, mi sono detta "sì, gli alieni esistono e sì, lei è una di loro." (Si scherza, mi ha fatto divertire tanto, quella donna!)
Oltre a lei e a poche altre anime, comunque, il paese era deserto. 
Ogni tanto penso che per sopravvivere in un posto così, lontano da tutti e da tutto (pensate che la scuola più vicina è a 55 minuti di macchina!), bisogna per forza trovare qualche storia o leggenda in cui credere o su cui scherzare. Ma, alla fine, che importa se gli alieni a Rachel ci sono davvero oppure no? Crederci è bello e Rachel resta il posto più... fuori dall'ordinario... che potrete mai visitare.




Lo stesso, identico paesaggio per chilometri e chilometri...

...finché, ogni tanto, trovi un capannone così. Hey there, little friend!





"Welcome in, human."







Precisazione: dietro quella collina c'è l'Area 51. Secondo voi cos'è quell'aggeggio lì in alto? Su, su, si accettano supposizioni!

E infine abbiamo trovato l'alieno.


lunedì 16 marzo 2015

Mi hanno detto che non c'ho er fisico

Buongiorno ciurma,
scrivo questo brevissimo e inutilissimo post per farvi sapere che non sono morta e che no, non sono nemmeno fuggita in qualche lontana isola delle Maldive, nonostante la prospettiva sia estremamente allettante. A causa di una simpatica infezione alle orecchie, che mi ha resa totalmente sorda martedì scorso e mi ha lasciata dolorante nei giorni successivi, sono stata incapace di accendere il computer per quasi una settimana. In compenso, ho passato il tempo ricamando come una vecchiettina, rannicchiata in un angolo del divano.
E ora sono qui, in via di guarigione, con millemila idee per altrettanti post da scrivere, tre o quattro materie da iniziare a studiare e la consapevolezza che, come al solito, finirò per non avere mai abbastanza tempo per tutto. C'est la vie, les amis! Almeno ho avuto modo di riposarmi per bene :D
Su, vi lascio e mi metto al lavoro, che ho tante, tante cose da raccontarvi! Però prima vi faccio vedere il mio piccolo capolavoro, perché sono troppo soddisfatta di me stessa.


Au revoir!

lunedì 9 marzo 2015

Il momento migliore del viaggio

Oggi voglio farvi una domanda: qual è, per voi, la parte migliore di un viaggio?

Me lo chiedo spesso e non riesco mai a darmi una risposta. E non perché credo che sia tutto bello, anzi: ci sono cose che proprio non sopporto. Odio gli aerei e gli aeroporti e ho bisogno di tutta la mia forza di volontà per non uscire di testa ogni volta che devo passarvi ore e ore chiusa dentro. Detesto le docce degli hotel (voi riderete, ma è assolutamente vero) e i bagni pubblici. Spesso e volentieri mi faccio stressare tantissimo dalla ricerca del ristorante in cui pranzare (ho già parlato della mia strana routine alimentare nel post #guardacomeviaggio). Non sopporto nemmeno l'ansia perenne di dimenticare o perdere qualcosa in un posto in cui forse non tornerò mai più, come quella volta che ho lasciato la mia copia di Oliver Twist nella tasca del sedile sul mio volo per New York e per giorni ho implorato Charles Dickens di perdonarmi per l'eresia commessa.

Tuttavia, se so dire con esattezza tutto quello che non mi piace dell'essere in viaggio, sono proprio incapace di scegliere quali sono gli aspetti che invece amo. Mi dico: "Adoro l'attimo in cui esco di casa con la mia vecchia valigia scolorita, mi chiudo alle spalle la porta e capisco che è finalmente ora di andare." Sì, è una sensazione bellissima, ma poi penso "No, la parte migliore è quando mi rendo conto di essere davvero, che so, a Parigi ai piedi della Tour Eiffel, o a Buenos Aires a passeggiare nella Plaza de Mayo, o a Los Angeles a cercare con lo sguardo la scritta Hollywood sulle colline." Vedere coi miei occhi le grandi attrazioni che ho sempre visto in foto. Sentirmi parte del mondo, insomma. Altre volte, ancora, credo che non ci sia nulla di più bello del momento in cui torno a casa, ritrovo il mio gatto e posso infine sedermi in silenzio per un po', a contemplare l'avventura appena vissuta e con la consapevolezza di avere tante nuove storie da raccontare. Sì, anche questo è magnifico.

Pensandoci bene, però, credo che, se rispondessi così alla mia domanda, ometterei dettagli essenziali, finendo per affermare erroneamente che ogni viaggio è uguale all'altro e suscita le stesse, identiche emozioni. Sappiamo tutti che questo non è affatto vero. Ci sono sensazioni, pensieri, riflessioni che solo certi viaggi possono provocare e ricordi che, per quanto sembrino insignificanti agli occhi altrui, assumono grande significato per noi che li abbiamo vissuti.

Così, mi dico che il mio momento preferito del viaggio nel Canada Occidentale è stato leggere un libro stropicciato sull'ultimo traghetto per Victoria, alle 11 di sera, mentre fuori tutto taceva e i passeggeri, ormai stanchi, aspettavano impazienti di arrivare in porto. Mentre se ripenso ai miei tre giorni in Bosnia, a Medjugorje, la prima cosa che vedo è la collina del Krizevac al tramonto, mentre poco distante da me si stava eseguendo un esorcismo e io, per la prima volta, ho intuito che esistesse davvero qualcosa di più grande di noi, o più forte, o che semplicemente non vediamo. Per non parlare del viaggio in Florida quando avevo 13 anni, di cui ricordo perfettamente solo gli hot dog mangiati alla Nasa, che mi parevano squisiti, e Miami deserta la mattina del 26 dicembre, quando un mio compagno di classe mi ha scritto dall'Italia dicendomi di accendere la tv sul 6 perché stavano dando High School Musical - e io ho potuto vantarmi di essere al caldo dall'altra parte del mondo. Così come ricordo Cracovia per il succo d'ananas bevuto in un angolo tranquillo della piazza Rynek Glowny la sera prima di partire e le Bahamas per le spiaggette a forma di mezzaluna scovate nel bel mezzo dell'oceano durante una passeggiata, di cui non ho nemmeno più fotografie. Momenti irrilevanti, forse, ma che per me sono ormai molto più importanti di qualsiasi altro souvenir o memoria.

Ma adesso voglio sentire la vostra: qual è la vostra parte preferita del viaggio? Sapreste dare una risposta sicura e inequivocabile o, come me, iniziereste a raccontare di piccole avventure accadute qua e là, emozionandovi per le cose più semplici e banali e sospirando divertiti agli sguardi perplessi di chi non era presente e, ahimé, semplicemente non può capire?

sabato 7 marzo 2015

Certe cose le vedi solo quando viaggi | la fiera del nonsense

Questo post non ha senso. Io ve lo dico e vi avverto per tempo, così, se non volete sprecare tre minuti della vostra vita, potete semplicemente cliccare quella "x" rossa in alto a destra (o a sinistra, se avete un Mac... giusto?) e ritirarvi fino a nuovo ordine. I coraggiosi che, invece, continueranno a leggere, verranno ricompensati a dovere e si faranno delle grosse risate - o almeno lo spero, perché io me le sono fatte davvero. 
Iniziamo dicendo che, quando si viaggia, è normale imbattersi in cose strane e apparentemente assurde. Quando poi si viaggia in Nord America, beh, questo avviene ancor più facilmente. Sono dei burloni, questi americani. In otto estati a zonzo per il Nuovo Continente ne ho trovate tante, di cose pazzesche, e oggi voglio mostrarvene alcune.. Tanto per condividere con qualcuno il senso di confusione e smarrimento che provo ogni volta che rivedo le foto, insomma! 


Di questa dobbiamo parlare per bene. California. Zzyzx Road. No, non ho idea di come si pronunci, ma credo che nemmeno gli americani lo sappiano. A me sembra tanto uno di quegli scarabocchi che compaiono sulla schermata del pc quando il mio gatto decide di farsi una passeggiatina sulla tastiera ("dsfkhiadh"). Secondo quanto mi dice Wikipedia (perché è talmente assurda che ha pure una sua pagina su Wikipedia, segno che non sono stata l'unica a chiedersi da dove diavolo hanno preso il nome), è una strada di 7,2 km, in parte asfaltata e in parte sterrata. Ma ciò che mi ha fatto davvero bene al cuore è stato leggere: "Zzyzx, California, is the USBGN (United States Board on Geographic Names)'s lexicographically greatest place name (source)" Cioè, è pure una cosa presa molto sul serio!


Dunque, se prima avevano fatto camminare un gatto sulla tastiera per decidere il nome della strada, questo è quello che succede quando gli americani, semplicemente, non hanno più idee. Quest'area di sosta si trova in Colorado e, ecco, non ha un nome. E il fatto che non ha un nome... è il suo nome... Vabbè, ci siamo capiti. 



Questa davvero non l'ho capita, quindi se qualcuno avesse notizie certe è pregato di lasciarmi spiegazioni nei commenti. Per quello che ne so, negli Stati Uniti esistono diverse statue gigantesche (alte qualcosa come 9 metri) di uomini... con in mano vari oggetti (pare che il più comune sia un'ascia). Io mi sono imbattuta nell'omino con sguardo assassino e con in mano un hot dog di dimensioni spropositate. Faccio ancora fatica a capirne il senso, ma il paesello dove l'abbiamo trovato lo vantava come una grandissima attrazione turistica. Io, sinceramente,  l'unico commento che sono riuscita a fare è stato "...boh".


Oh, questa è bellissima! Un giorno, verso le 13, ci siamo fermati a pranzare in un parcheggio lungo l'autostrada. In un pick up poco lontano dalla nostra macchina, c'erano tre o quattro pecore che, pazienti, aspettavano il ritorno del loro padrone. Perché, dai, chi non partirebbe per le vacanze con la propria bicicletta e le sue belanti compagne di viaggio?! 


Questa, invece, è una cosa carina che abbiamo trovato nel parcheggio di un ristorante. O forse, più che carina, dovrei dire inquietante? No, dai, sono abbastanza sicura che non avessero davvero gli orsi come clienti. Enfasi sul quell'"abbastanza". 


Avete fame? Sì? Ottimo! Con 36 dollari potete papparvi un paninone lungo qualcosa come un metro e mezzo! Ma tranquilli, se volete fare solo uno spuntino e non rovinarvi l'appetito per il pranzo, trovate pure le versioni ridotte a prezzi molto più vantaggiosi
Tutta salute.


    Lascio a voi il piacere di commentare queste tre signore, perché io fatico a trovare le parole giuste. 


Provincetown, Massachussets: punto di ritrovo della comunità LGBT e posto più strano e assurdo in cui io sia mai finita. Non sono sicura che tutti apprezzerebbero la stravaganza del luogo, ma io ci ho passato mezza giornata e, dopo aver superato lo shock iniziale di vedere alieni appesi ovunque, mi sono divertita da matti!


Questo l'abbiamo trovato appeso alla porta di una casa a Boston. Non so perché, ma mi ha fatto ridere un sacco. Bostoniani burloni.


Oi Canada, siamo un po' presuntuosetti oggi, eh?

Bene, basta. Non so neanche perché sto pubblicando questo post, ma per oggi dovrete accontentarvi. Sento la primavera, non riesco a formulare pensieri concreti e razionali e finisco a ridere per ogni cavolata battendo le mani a mò di foca isterica. Compatitemi, fratelli, compatitemi. 

giovedì 5 marzo 2015

Letture di febbraio | Oceani di carta

A febbraio ho letto poco. O meglio, ho letto un sacco di noiosi manuali e libri di testo per l'università, ma non credo che quelli contino molto in questa sede. In compenso, gli unici tre romanzi che sono riuscita a terminare mi sono tutti piaciuti tantissimo. L'ultimo in particolare, che ho terminato giusto la sera del 28 febbraio, con tanto di occhi lucidi e cuore gonfio. Ma andiamo con ordine...



Abbiamo sempre vissuto nel castello
di Shirley Jackson
(Adelphi, pp. 182)

"Poveri estranei" dissi. "Certo hanno tutte le  ragioni per aver paura."
"Beh," disse Constance "io ho paura dei ragni."
"Jonas e io li terremo alla larga. Oh Constance," dissi, "siamo così felici!"

Leggere questo libricino di appena 182 pagine è un'esperienza stranissima. Racconta le vicende di due sorelle e del loro vecchio zio, che, dopo una tragedia consumatasi anni prima entro quelle stesse mura, vivono segregati in una grande villa, cercando di limitare il più possibile i contatti con il resto del mondo. Finché, un giorno, l'arrivo del cugino Charles non sconvolge le loro vite, dando il via a una serie di avvenimenti tanto drammatici quanto assurdi e, a volte, inverosimili. 
Era la prima volta che leggevo qualcosa di Shirley Jackson e devo dire che ne sono rimasta incredibilmente affascinata. Terrorizzata, anche, in parte, ed era probabilmente questo il vero scopo dell'autrice.  Quello che mi ha davvero colpita è l'abilità della Jackson di infondere nel lettore un certo senso di sgomento e orrore, che cresce pagina dopo pagina e che è possibile ritrovare in ogni frase, in ogni gesto. Sì, anche nei più semplici e insignificanti. Ho passato gran parte del tempo a domandarmi cose come "Sta solo cucinando, perché deve mettermi così tanta angoscia?" e onestamente non so darmi una risposta, se non riconoscendo che la Jackson è davvero una maestra nel sussurrare il male, senza mai avere "bisogno di alzare la voce", come ha detto Stephen King. 
Il finale, poi, lascia completamente spiazzati, senza punti di riferimento. Per tutto il romanzo ho aspettato che succedesse qualcosa di catastrofico, che venisse pronunciata una qualche stravolgente dichiarazione, ma non è successo. O forse sì. Ed è proprio per questo sottile e affascinante senso di smarrimento che ho amato profondamente in quest'opera magistrale. 


La cripta dei cappuccini 
di Joseph Roth
(Adelphi, pp. 195)

Non mi curai più del mondo. Mio figlio lo mandai dal mio amico Laveraville a Parigi. 
Restai solo, solo, solo.
Andavo alla Cripta dei Cappuccini.

A fine gennaio, su consiglio di un amico, ho recuperato questa vecchia edizione (il prezzo ancora in lire) de La cripta dei cappuccini, su comprovendolibri.it. Costava forse 2€ e l'ho ritenuto una lettura veloce e non troppo impegnativa, adatta al periodo di studio intenso che stavo attraversando. Devo ammettere che non avevo idea di quale fosse la trama, non sapevo di che cosa trattasse il romanzo e conoscevo l'autore solo di fama. Per buona parte del libro, ad essere sincera, non riuscivo nemmeno a capire dove egli volesse andare a parare. Vedevo svolgersi una storia che non mi pareva avere esattamente un inizio, né tantomeno una fine. Poi, naturalmente, tutto ha assunto un preciso significato. Non è infatti la storia del protagonista, un giovane aristocratico della Vienna di inizio Novecento, ad essere rilevante. O meglio, lo è, ma solo in funzione della narrazione di una serie di avvenimenti di ben più ampio respiro: la caduta dell'impero austro-ungarico, la grande guerra, la scomparsa di un mondo. Lo sfondo, più che i personaggi, sta al centro del racconto. È una cosa che ho amato particolarmente, perché mi ha permesso di riflettere sul fatto che se, sì, la prima guerra mondiale ha segnato l'inizio di una nuova era (l'età contemporanea, l'epoca degli stati nazionali), ha anche segnato la fine di un sistema politico-sociale che aveva caratterizzato l'Europa per secoli. Trovo che spesso l'enfasi venga posta eccessivamente sull'ordine che è sorto in seguito alla guerra, base e fondamenta di ciò che viviamo noi oggi, ed è giusto fermarsi a ricordare anche ciò che è andato perso nel processo e la disperazione che deve aver provato chi ha vissuto quegli anni in prima persona.
Leggere La cripta dei cappuccini mi ha lasciata con una sottile malinconia difficile da spiegare a parole, che però provo ogni volta che penso a tutto ciò che è passato, che è successo davvero e che non potrà succedere mai più.
Voglio spendere due parole anche sullo stile di Roth, che trovo magnifico e che mi ha già spinto a inserire molte altre sue opere nella mia lista dei libri che voglio leggere: parole chiare, frasi ben pronunciate, un ritmo mai noioso, ma sempre delicato e piacevole.


Dio di illusioni
di Donna Tartt
(BUR, pp. 622)

Vorrei poter parlare di Dio di illusioni senza dire cose scontatissime o, peggio ancora, tentare semplicemente di persuadervi a leggerlo. Tuttavia, immagino che alla fine succederà proprio questo, perché qualsiasi descrizione o commento io possa inventarmi non farà mai giustizia a questo capolavoro.
L’ho comprato a fine gennaio, quando, dopo aver sostenuto un pesantissimo esame in Storia dell’integrazione europea, sono entrata delirante nella (bellissima) Feltrinelli di Padova. Ne avevo sentito parlare egregiamente da tutti e mi era stato consigliato con parole così entusiastiche da chiunque l’avesse già letto che non potevo non desiderare di prendere parte al fanatismo collettivo. L’ho finito in quattro giorni, ma credo che ne avrei impiegati ancor meno, se non avessi dovuto per forza staccarmene di tanto in tanto per far sapere al resto della mia famiglia che ero ancora viva e vegeta e non avevo messo radici in qualche angolo oscuro della mia stanza. Non ho intenzione di raccontare la trama, per non rovinare la sorpresa a chi ancora non l’ha letto; dirò solo che tratta di un gruppo di amici in un piccolo college nel Vermont, delle loro manie e ossessioni, di morte e violenza: il tutto narrato in una maniera così raffinata ed elegante, così affascinante, che mi ha fatto innamorare di Donna Tartt già dalle primissime pagine (ricordo di aver pensato “wow, scrive esattamente come vorrei essere in grado di fare io!”).
Ora, io davvero non so dire perché ho amato così tanto questo libro. Non ne ho idea. Analizzare razionalmente la trama, ma soprattutto i personaggi, la loro psicologia e le loro azioni fa venire i brividi: sono spesso spietati e crudeli, eccessivi e privi di qualsiasi contatto con la realtà. Ma la logica non deve essere chiamata in causa al cospetto di una storia come questa, che ha il potere di far dimenticare tutto ciò che è etico e giusto. Si finisce infatti per diventare alleati di questi ragazzi ricchi e viziati, partecipando alle loro violenze e tentando di farla franca con loro. Un’esperienza metafisica, per molti punti di vista, che ha nell’imprevedibilità il suo punto di forza. Potrei parlarne a lungo, ma forse l’unica cosa davvero importante che ho da dirvi è questa: quando ho girato l’ultima pagina, ho passato qualche minuto in uno stato di totale stordimento, fissando il vuoto senza riuscire a formulare un pensiero concreto. Conoscete la sensazione? Quando ci si rende conto di aver appena terminato di leggere un’opera d’arte? E adesso che sono passati alcuni giorni e ho potuto metabolizzare la cosa, se penso a Dio di illusioni mi sale una leggere rabbia. Sì, rabbia per averlo finito, perché non potrò mai più rileggerlo per la prima volta e provare nuovamente quelle stesse sensazioni sconvolgenti e intriganti; e rabbia perché so che guarderò insoddisfatta ai prossimi dieci libri che leggerò, accusandoli, delusa, di non essere Dio di illusioni. Ma, in fin dei conti, ne è valsa la pena. 

domenica 1 marzo 2015

21 anni e sentirli

Arriva un momento, nella vita, quando smetti di sentirti grande e ricominci a sentirti straordinariamente giovane. O almeno, a me è successo così. Fino a qualche mese fa, sentivo i miei 20 anni pesarmi addosso come macigni. Probabilmente riderete di tutto ciò, ma invidiavo chi, di anni, ne aveva ancora 17 o 18. Tra me e me pensavo "beati loro, che possono ancora scegliere, sbagliare, cambiare idea tutte le volte che vogliono". Mi sentivo in trappola, per così dire, e mi sembrava di aver già perso le occasioni migliori. Non sono stati bei momenti.

Come ho già detto, sento di essere cambiata molto. Anzi, no, "cambiata" non è il termine adatto. Diciamo che, per tanto tempo, avevo continuato, insistente, ad avvolgermi in pesanti strati di bugie e convenzioni sociali, allo stupido scopo di proteggermi e andare bene agli altri. Piano piano, sono riuscita ad accorgermi del torto che stavo facendo a me stessa e a tirarmi fuori da quel tremendo involucro una volta per tutte. Sì, è stato un processo lungo e faticoso, che ha richiesto sacrifici, addii e comportato innumerevoli dubbi, ma sono soddisfatta del risultato che ho ottenuto. Che piaccia o non piaccia, adesso mi sento io. Tutto questo credo che mi abbia aiutata a crescere e, se prima guardavo con nostalgia all'impacciata Alessia degli anni del liceo e mi pareva di essere già più vecchia di un dinosauro, adesso che ho compiuto un decisivo passo avanti mi sento di nuovo giovane e con infinite possibilità. Confrontarmi con persone più grandi di me mi ha fatto capire quante cose posso ancora imparare. Mi sento piccola piccola, ma la cosa, anziché spaventarmi, mi infonde una grande sicurezza. Mi sembra di avere un vantaggio, in termini di tempo, su chi è già più avanti di me, perché io sono ancora un qualcosa di informe, in continuo mutamento, e posso diventare qualsiasi cosa io voglia. Non so se ha senso, ma io è così che mi sento: invincibile

Scoprire di avere tempo e possibilità, mi ha dato lo stimolo che cercavo da tanto. Ho capito di avere il diritto di provare a inseguire i miei sogni - questa bruttissima espressione, che fa sembrare i sogni come qualcosa di lontano e faticoso da raggiungere, mentre io sono totalmente consapevole di avere già tutto dentro di me e di non dover far altro che trovare un sistema per tirarli fuori. Ho capito che ci voglio provare, soprattutto perché, in un mondo in cui non c'è più alcuna garanzia o sicurezza, non mi resta altro da fare che tentare di costruirmi da sola un "futuro" e illudermi di riuscirci, perché, dopotutto, sono giovane e indistruttibile.

Quindi sì, oggi compio 21 anni e per la prima volta dopo tanto, tanto tempo non mi sento spaventata, né vecchia o nostalgica, ma fiduciosa. Pronta. Minuscola, certo, ma convinta e sicura. Sono all'inizio di un lungo e memorabile viaggio di cui non conosco ancora con esattezza la destinazione, ma conto di trovare un posto adatto a me, lungo la strada.


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