giovedì 5 marzo 2015

Letture di febbraio | Oceani di carta

A febbraio ho letto poco. O meglio, ho letto un sacco di noiosi manuali e libri di testo per l'università, ma non credo che quelli contino molto in questa sede. In compenso, gli unici tre romanzi che sono riuscita a terminare mi sono tutti piaciuti tantissimo. L'ultimo in particolare, che ho terminato giusto la sera del 28 febbraio, con tanto di occhi lucidi e cuore gonfio. Ma andiamo con ordine...



Abbiamo sempre vissuto nel castello
di Shirley Jackson
(Adelphi, pp. 182)

"Poveri estranei" dissi. "Certo hanno tutte le  ragioni per aver paura."
"Beh," disse Constance "io ho paura dei ragni."
"Jonas e io li terremo alla larga. Oh Constance," dissi, "siamo così felici!"

Leggere questo libricino di appena 182 pagine è un'esperienza stranissima. Racconta le vicende di due sorelle e del loro vecchio zio, che, dopo una tragedia consumatasi anni prima entro quelle stesse mura, vivono segregati in una grande villa, cercando di limitare il più possibile i contatti con il resto del mondo. Finché, un giorno, l'arrivo del cugino Charles non sconvolge le loro vite, dando il via a una serie di avvenimenti tanto drammatici quanto assurdi e, a volte, inverosimili. 
Era la prima volta che leggevo qualcosa di Shirley Jackson e devo dire che ne sono rimasta incredibilmente affascinata. Terrorizzata, anche, in parte, ed era probabilmente questo il vero scopo dell'autrice.  Quello che mi ha davvero colpita è l'abilità della Jackson di infondere nel lettore un certo senso di sgomento e orrore, che cresce pagina dopo pagina e che è possibile ritrovare in ogni frase, in ogni gesto. Sì, anche nei più semplici e insignificanti. Ho passato gran parte del tempo a domandarmi cose come "Sta solo cucinando, perché deve mettermi così tanta angoscia?" e onestamente non so darmi una risposta, se non riconoscendo che la Jackson è davvero una maestra nel sussurrare il male, senza mai avere "bisogno di alzare la voce", come ha detto Stephen King. 
Il finale, poi, lascia completamente spiazzati, senza punti di riferimento. Per tutto il romanzo ho aspettato che succedesse qualcosa di catastrofico, che venisse pronunciata una qualche stravolgente dichiarazione, ma non è successo. O forse sì. Ed è proprio per questo sottile e affascinante senso di smarrimento che ho amato profondamente in quest'opera magistrale. 


La cripta dei cappuccini 
di Joseph Roth
(Adelphi, pp. 195)

Non mi curai più del mondo. Mio figlio lo mandai dal mio amico Laveraville a Parigi. 
Restai solo, solo, solo.
Andavo alla Cripta dei Cappuccini.

A fine gennaio, su consiglio di un amico, ho recuperato questa vecchia edizione (il prezzo ancora in lire) de La cripta dei cappuccini, su comprovendolibri.it. Costava forse 2€ e l'ho ritenuto una lettura veloce e non troppo impegnativa, adatta al periodo di studio intenso che stavo attraversando. Devo ammettere che non avevo idea di quale fosse la trama, non sapevo di che cosa trattasse il romanzo e conoscevo l'autore solo di fama. Per buona parte del libro, ad essere sincera, non riuscivo nemmeno a capire dove egli volesse andare a parare. Vedevo svolgersi una storia che non mi pareva avere esattamente un inizio, né tantomeno una fine. Poi, naturalmente, tutto ha assunto un preciso significato. Non è infatti la storia del protagonista, un giovane aristocratico della Vienna di inizio Novecento, ad essere rilevante. O meglio, lo è, ma solo in funzione della narrazione di una serie di avvenimenti di ben più ampio respiro: la caduta dell'impero austro-ungarico, la grande guerra, la scomparsa di un mondo. Lo sfondo, più che i personaggi, sta al centro del racconto. È una cosa che ho amato particolarmente, perché mi ha permesso di riflettere sul fatto che se, sì, la prima guerra mondiale ha segnato l'inizio di una nuova era (l'età contemporanea, l'epoca degli stati nazionali), ha anche segnato la fine di un sistema politico-sociale che aveva caratterizzato l'Europa per secoli. Trovo che spesso l'enfasi venga posta eccessivamente sull'ordine che è sorto in seguito alla guerra, base e fondamenta di ciò che viviamo noi oggi, ed è giusto fermarsi a ricordare anche ciò che è andato perso nel processo e la disperazione che deve aver provato chi ha vissuto quegli anni in prima persona.
Leggere La cripta dei cappuccini mi ha lasciata con una sottile malinconia difficile da spiegare a parole, che però provo ogni volta che penso a tutto ciò che è passato, che è successo davvero e che non potrà succedere mai più.
Voglio spendere due parole anche sullo stile di Roth, che trovo magnifico e che mi ha già spinto a inserire molte altre sue opere nella mia lista dei libri che voglio leggere: parole chiare, frasi ben pronunciate, un ritmo mai noioso, ma sempre delicato e piacevole.


Dio di illusioni
di Donna Tartt
(BUR, pp. 622)

Vorrei poter parlare di Dio di illusioni senza dire cose scontatissime o, peggio ancora, tentare semplicemente di persuadervi a leggerlo. Tuttavia, immagino che alla fine succederà proprio questo, perché qualsiasi descrizione o commento io possa inventarmi non farà mai giustizia a questo capolavoro.
L’ho comprato a fine gennaio, quando, dopo aver sostenuto un pesantissimo esame in Storia dell’integrazione europea, sono entrata delirante nella (bellissima) Feltrinelli di Padova. Ne avevo sentito parlare egregiamente da tutti e mi era stato consigliato con parole così entusiastiche da chiunque l’avesse già letto che non potevo non desiderare di prendere parte al fanatismo collettivo. L’ho finito in quattro giorni, ma credo che ne avrei impiegati ancor meno, se non avessi dovuto per forza staccarmene di tanto in tanto per far sapere al resto della mia famiglia che ero ancora viva e vegeta e non avevo messo radici in qualche angolo oscuro della mia stanza. Non ho intenzione di raccontare la trama, per non rovinare la sorpresa a chi ancora non l’ha letto; dirò solo che tratta di un gruppo di amici in un piccolo college nel Vermont, delle loro manie e ossessioni, di morte e violenza: il tutto narrato in una maniera così raffinata ed elegante, così affascinante, che mi ha fatto innamorare di Donna Tartt già dalle primissime pagine (ricordo di aver pensato “wow, scrive esattamente come vorrei essere in grado di fare io!”).
Ora, io davvero non so dire perché ho amato così tanto questo libro. Non ne ho idea. Analizzare razionalmente la trama, ma soprattutto i personaggi, la loro psicologia e le loro azioni fa venire i brividi: sono spesso spietati e crudeli, eccessivi e privi di qualsiasi contatto con la realtà. Ma la logica non deve essere chiamata in causa al cospetto di una storia come questa, che ha il potere di far dimenticare tutto ciò che è etico e giusto. Si finisce infatti per diventare alleati di questi ragazzi ricchi e viziati, partecipando alle loro violenze e tentando di farla franca con loro. Un’esperienza metafisica, per molti punti di vista, che ha nell’imprevedibilità il suo punto di forza. Potrei parlarne a lungo, ma forse l’unica cosa davvero importante che ho da dirvi è questa: quando ho girato l’ultima pagina, ho passato qualche minuto in uno stato di totale stordimento, fissando il vuoto senza riuscire a formulare un pensiero concreto. Conoscete la sensazione? Quando ci si rende conto di aver appena terminato di leggere un’opera d’arte? E adesso che sono passati alcuni giorni e ho potuto metabolizzare la cosa, se penso a Dio di illusioni mi sale una leggere rabbia. Sì, rabbia per averlo finito, perché non potrò mai più rileggerlo per la prima volta e provare nuovamente quelle stesse sensazioni sconvolgenti e intriganti; e rabbia perché so che guarderò insoddisfatta ai prossimi dieci libri che leggerò, accusandoli, delusa, di non essere Dio di illusioni. Ma, in fin dei conti, ne è valsa la pena. 

3 commenti:

  1. Tre libri che sul momento non leggerei, visto che ultimamente vado in paranoia davvero per qualsiasi cosa. Per ora andrei su libri molto più easy, se non fosse che hanno chiuso l'unica libreria che riuscivo a frequentare -.-

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