lunedì 28 settembre 2015

Il miracolo della Chiesa di Sankt Oswald | Seefeld in Tirol

Buongiorno e buon lunedì, ciurma!
Oggi voglio raccontarvi una storia, che parla di un piccola parrocchia di provincia e di un miracolo.

Found on Pinterest

Come saprete, quest'estate ho passato una settimana nella bellissima Seefeld in Tirol. Una mattina, mentre cercavo di decidere in quale ristorante pranzare, sono entrata nella Chiesa di Sankt Oswald, che sorge nel cuore del paese. L'ho fatto più per trovare un posticino tranquillo in cui riposarmi qualche istante (dopotutto adoro le chiese proprio per la calma e la pace che infondono). Tuttavia, mentre camminavo tra i banchi e cercavo qualche moneta in fondo alla borsa per accendere una candela, mi sono fermata a leggere una teca, che raccontava la storia del luogo. Una storia strana e inquietante, che non posso fare a meno di condividere. Ecco cosa accadde.

Era il 1384. Per le celebrazioni del Giovedì Santo, il Cavaliere Oswald Milser, signore di un vicino castello, pretese di ricevere un'ostia più grande di quella data alle persone comuni. Il parrocco inizialmente esitò, ma, consapevole dell'influenza di cui godeva Oswald e temendo la sua arroganza, fece come gli era stato ordinato. Preparò un'ostia di dimensioni maggiori e, alla messa, la offrì al Cavaliere. Non appena l'ostia toccò le sue labbra, il pavimento sotto i suoi piedi iniziò a sprofondare. Spaventato, Oswald cercò di aggrapparsi all'altare di marmo, ma questo divenne molle e cedevole come la cera e le sue mani vi lasciarono impresse le impronte. Il parroco ritrasse l'ostia dalla sua bocca, ma questa iniziò a spillare sangue. Il pavimento cessò di sprofondare e il cavaliere ne fu liberato. Rimase tuttavia profondamente toccato da quanto accaduto, affrettandosi a confessare di aver peccato di arroganza. Oswald decise di prendere i voti e di ritirarsi nel Monastero di Stams, dove rimase fino alla sua morte, due anni più tardi.
L'ostia miracolosa fu riposta in un ostensorio d'argento, donato alla chiesa da un monaco (forse lo stesso Oswald), e ben presto il luogo divenne meta di numerosi pellegrinaggi da parte di fedeli provenienti da tutta la regione.

Devo ammettere che a me tutta la storia ha fatto una grande impressione. Non ho avuto modo di vedere l'ostia (credo sia conservata in una parte della chiesa allora chiusa al pubblico), ma ho ovviamente cercato i segni dell'accaduto: ancor'oggi, infatti, si può vedere l'impronta della mano di Oswald nel marmo dell'altare e il buco scavato nel pavimento dai suoi piedi, quando hanno iniziato a sprofondare. Il tutto è perfettamente visibile e reale.

E voi, cosa ne pensate di tutto ciò? :)

mercoledì 23 settembre 2015

Giornate emiliane tra Parma e Reggio

Buongiorno ciurma e felice primo giorno d'autunno!
Qui nelle Prealpi Venete è davvero arrivato il fresco: pioviggina, il cielo è bigio e stamattina, uscendo, ho finalmente potuto (e dovuto) tirar fuori uno dei miei innumerevoli maglioncini. Naturalmente la cosa non mi dispiace affatto, anche perché posso dire di essermi davvero goduta le ultime ore d'estate.

Ho passato i giorni scorsi girovagando per l'Emilia, mangiando troppo gelato, perdendomi nei centri storici di Parma e Reggio e ritrovando parenti e amici.
Come ormai saprete (ne avevo parlato qui) sono nata in un paesino in provincia di Parma (abitato da più mucche che persone) e la maggior parte della mia famiglia vive ancora laggiù. Così domenica, nonostante le nuvole e il tempo incerto, sono salita in macchina con l'Intrepida Mamma e il papi e sono partita alla volta della Pianura Padana. A mezzogiorno eravamo ospiti della nonna paterna, che, come da copione, ci ha viziati con un pranzo fin troppo abbondante, a base di tagliatelle, cotolette con pomodori e torta gelato. Roba che mi sarebbe potuta bastare per qualche settimana. Nel pomeriggio, mentre i miei genitori se la spassavano allo stadio (sì, perché nonostante il Parma sia in serie D loro non si perdono nemmeno una partita), io ho vagabondato per il centro storico, cercando di non sciogliermi sotto il peso della schiacciante umidità. Sono entrata in un paio di negozi con l'obiettivo di comprare una maglietta che avevo visto online (aveva disegnata una bottiglietta di salsa di soia! Non potevo lasciarmela sfuggire). Ovviamente non l'ho trovata (esiste una legge di Murphy anche per questo, vero?) e ho finito per comprare un maglioncino con una stampa di gattini che farà giustamente rabbrividire chiunque mi vedrà indossarlo, ma di cui io mi sono innamorata a prima vista. Alla fine non è andata poi tanto male, no? Verso le 16 mi sono rannicchiata su una poltrona della Feltrinelli, con un libro di Soseki Natsume sulle ginocchia e un'abbiocco spaventoso. Quando mi sono accorta che rischiavo di appisolarmi lì, tra gli scaffali, ho raccolto le mie magre dosi di energia e mi sono avviata verso la gelateria di mia zia - ve l'avevo mai detto che mia zia ha una gelateria? E che è pure la più buona che abbia mai provato? E non lo dico perché sono di parte, è praticamente un dato oggettivo ;) Essendo la giornata lievemente afosa, ne ho approfittato per testare i nuovi gusti stagionali (mela verde e pera), benché fossi ancora sazia dal pranzo. Poco dopo, terminata la partita, mia mamma è venuta a recuperarmi e, armate di vaschetta di gelato da un chilo, ci siamo trasferite a casa della nonna materna, nella bassa parmense.

La serata è trascorsa a suon di "STROZZA!" e "LISCIO!" (e di "Ma che ckxzo fai?!"), giocando decine di partite alla spietata Briscola Bastarda. Ora, per chi non lo sapesse, briscola bastarda è la cosa più divertente che sia mai stata inventata: si gioca in tre e il primo che usa una briscola nel corso della partita è destinato a stare da solo, mentre gli altri due giocatori stanno in coppia. Chi gioca da solo deve totalizzare almeno 40 punti per vincere, mentre chi gioca in coppia deve farne almeno 80. Per tutto il resto, si seguono le regole della classica briscola, ma vi assicuro che le partite sono molto più infuocate. Io, essendo una specialista, sono stata l'unica capace di vincere ampiamente anche da sola - e questo fa curriculum, no?

Il lunedì è passato tranquillamente. Tra gli highlight della giornata ricordo:
- mia nonna mi ha regalato una specie di colino che separa il tuorlo dall'albume (ora sì che sono pronta per Bake off, grazie nonna!);
- ho mangiato l'ennesimo gelato, questa volta alla nutella;
- le mie scarpe sono state criticate da una simpatica undicenne ): ;
- una vecchina ha tentato di maritarmi a suo nipote;
- abbiamo celebrato il penultimo giorno d'estate mangiando... cappelletti. Sì, il piatto tipico delle nostre feste natalizie (nonché il mio preferito in generale). Faceva giusto un filo caldo, ma non mi sono certo lamentata!
- io e mia cugina abbiamo vinto 114-6 a briscola bastarda in una partita fatta di tattiche e tecnicismi degna del campionato del mondo (mi sto giusto domandando se esiste davvero, ma, considerando che hanno da poco disputato quello di monopoli, non vedo perché non dovrebbe!).

Martedì, prima di tornare a Vicenza, io e l'Intrepida Mamma ci siamo fermate a Reggio Emilia per qualche ora. Lei era interessata a vedere una mostra di ricami, io a visitare velocemente la città, dato che sto pensando di iscrivermi all'UniMoRe per la laurea magistrale.
Ho accompagnato mia mamma ai Chiostri di San Domenico, dentro cui si teneva l'esposizione e mi sono esaltata tutte le volte che, tra i difficilissimi ricami in mostra, ritrovavo i pochi punti che so fare anch'io. Tra l'altro, da qualche parte nei Chiostri, qualcuno stava suonando il pianoforte e ci ha accompagnate per l'intera durata della visita. Una volta uscite, abbiamo vagato per le vie del centro. Pur avendo avuto poco tempo e non avendo visto quasi nulla, Reggio mi è piaciuta. Il centro è piccolo e mi è parso tranquillo, nonostante fosse giorno di mercato (motivo per cui non sono riuscita a fare nemmeno una foto decente alla Basilica di San Prospero e alla Piazza). Anche l'università, vista di passaggio, mi è sembrata un bel posto, o perlomeno simile agli edifici a cui sono abituata a Padova - e poi, proprio lì di fianco, ci ho trovato un bellissimo negozietto di cupcakes, a cui non sono proprio riuscita a resistere. Come inizio è incoraggiante, no?

sabato 19 settembre 2015

#DaDoveBlogghi?

Nei miei lunghi mesi di latitanza dal web, mi era sfuggita una splendida iniziativa, lanciata ad aprile dal blog Mondovagando. Si tratta del tag #dadoveblogghi, che consiste nello scrivere un post parlando di sé, del proprio blog e, soprattutto, della propria città e del luogo da cui si scrive. L'obiettivo è quello di creare una vera e propria mappa virtuale dei partecipanti. Che figata, no?!
Ovviamente, io sono in ritardo di secoli e ho scoperto dell'esistenza di questo tag solo grazie ad Anna (ti sei accorta che si sta creando un trend? Tu scopri queste cose belline e io ti seguo a ruota :D). Suvvia, meglio tardi che mai. 
Veniamo a noi. 

Chi sono? 

Alessia, per gli amici Alya, detta anche Tiny Alya perchè, a quanto pare, pur essendo 1.68m sono la più bassa di tutti. Ho 21 anni e studio Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani (e sì, la sintesi non è il nostro forte), ma ho le idee ben poco chiare sul futuro. Sono introversa, indecisa, ansiosa, disordinata all'ennesima potenza, troppo troppo sarcastica, perennemente stanca e affetta da letargia acuta in qualsiasi periodo dell'anno. Non so disegnare, ho una calligrafia incomprensibile e sono una capra non sono brava in matematica. Non prendete paura, però. Ho anche qualche pregio: parlo quattro lingue (più il latino, che mi è utilissimo per seguire la pagina Twitter del Papa in latino, ovviamente), sto imparando il russo da autodidatta e a breve credo di iniziare con il giapponese; faccio torte e cupcakes più o meno commestibili, so ricamare e ho preso 100 alla maturità senza uscire completamente di testa (pur andandoci molto vicino). Ho fatto pattinaggio artistico per 8 anni e, ad oggi, resta la mia più grande passione. Ho un gatto di nome Miscio, la mia persona preferita di tutto l'universo ♥ 

Oltre l'Oceano 

Il mio bloggherellino è nato quasi due anni fa, sotto altro nome e sembianze, come un luogo dove parlare essenzialmente di viaggi: di quelli che ho fatto e di quelli che vorrei fare. Nel tempo si è evoluto e, pur restando quello il mio ambito principale, sono finita a scrivere di tutto quello che mi passa per la testa, pensieri, parole, esperienze, cavolate. L'Oceano in questione non è più solo fisico, ma è diventato anche mentale e metaforico. E mi piace tanto così. 
Ormai è appurato che non so fare la travel blogger seria, non so dare buoni consigli di viaggio, non conosco mai tutte le informazioni necessarie per parlare a fondo di un posto. Nelle mie scorribande internazionali non seguo mai un programma: mi perdo, torno indietro, mi fermo, vedo troppe cose tutte insieme o ne vedo poche ma ci passo un tempo infinito. E il mio blog rispecchia questo mio modo di viaggiare (e di essere): funziona più per sensazioni, che per logica e ragionamenti. 

Da dove bloggo? 

Veniamo alla domanda più importante: da dove scrivo?
Di nascita sono parmigiana, nata e cresciuta (per un po') in un paesino di campagna di poche centinaia di anime, dimenticato e sperduto tra la nebbia, le mosche e le zanzare, a cui io sono e sarò sempre affezionatissima. Tuttavia, da anni vivo in provincia di Vicenza, ai piedi delle Prealpi Venete, che ormai sono diventate la mia casa. Di Vicenza finora ho parlato poco, principalmente perché non conosco a fondo la città, essendo un'orgogliosa ragazza di provincia, che spesso preferisce avventurarsi sull'Altopiano di Asiago o tra le mura del Castello di Marostica, piuttosto che nel centro storico della città del Palladio. Ad ogni modo, credo che prima o poi mi armerò di coraggio e vi farò scoprire Vicenza, perché, fidatevi, è bella. Ma proprio bella, bella, bella. O, perché no?, magari un giorno vi porterò a spasso con me tra le mie cittadine preferite, tra Thiene e Breganze, Asiago e Bassano. Anche perché, se per molto tempo ho pensato di voler tornare in Emilia, in questo momento so che non vorrei vivere in nessun altro posto, se non qui. E questo è importante :) 

mercoledì 16 settembre 2015

Traumi aeroportuali e valigie perse nei meandri di un terminal

"Airports are such beautiful places!" - said no one ever. 

Ebbene ciurma, oggi parliamo di aeroporti. O, per essere più precisi, di quella specifica branca della psicologia contemporanea che studia i cosiddetti traumi aeroportuali, ovvero quegli eventi particolarmente negativi, avvenuti all'interno di queste strutture di transito, che incidono sulla psiche del passeggero e fanno in modo che, porello, abbia un certo mix di fifa e ansiella ogni qualvolta vi debba mettere piede.
Chi più, chi meno, chi prima, chi poi, tutti siamo stati vittime di qualche disavventura o disgrazia che racconteremo ai nostri nipotini quando li vedremo partire per la loro prima gita scolastica all'estero e vorremo infondergli un po' di sano terrore.

Grazie alla mia ultradecennale esperienza in materia, ho deciso di stilare un elenco dei più comuni traumi:

  1. Aereo cancellato/in ritardo di 2+ ore;
  2. Coincidenza stretta, tipo dover cambiare terminal al JFK in una trentina di minuti;
  3. Ispettori alla dogana convinti che tu sia un trafficante di droga (l'avete visto Airport Security su DMax, vero?) o un banalissimo terrorista, come quella volta che hanno fermato mio papà scambiando il profumo che aveva in valigia con una bomba a mano o qualcosa del genere;
  4. Valigia persa e spedita dall'altra parte del globo. 

Tra tutti, il mio incubo peggiore è il numero 4. Accusatemi pure di contrabbandare metanfetamine, ma datemi la mia valigia. Puntualmente, tutte le volte che affido il mio trolley scassato ma altamente funzionale alla tizia del check-in, sento l'impulso di invocare tutti i santi, gli dei dell'Olimpo, il Buddha, i Kami shintoisti e chi più ne ha, più ne metta. Insomma, non riesco a rilassarmi finché non rivedo il famoso trolley blu fare a botte con un improbabile valigione zebrato su un nastro trasportatore dell'aeroporto di destinazione. Per lo più, le preghiere funzionano. Tuttavia, non sarei qui a scrivere questo post se, di tanto in tanto, le cose non fossero andate diversamente. 

Il 26 dicembre di un paio di anni fa, atterro in uno dei quattro aeroporti di Londra, di cui non farò il nome per correttezza morale e perché non me lo ricordo nemmeno (amnesia post-traumatica, sì?). Dopo aver superato il controllo passaporto e aver dato modo agli ispettori britannici di accertare che io non sia una criminale, mi dirigo verso il nastro trasportatore destinato ai bagagli del mio volo. Lentamente, uno dopo l'altro, questi arrivano tutti. Tutti. Tutti. T-u-t-t-i. Tranne il mio. Cosa sospetta, peraltro, dato che, solitamente, vengono persi stock di valigie, non una sola. Piano piano, la sala si svuota e io resto lì, depressa e schiacciata dal peso del karma, tradita dai santi e senza più ben sapere chi invocare in mio soccorso. Già immagino il mio amato trolley blu sbarcare smarrito su una qualche spiaggia caraibica e trangugiare tequila per dimenticare il dolore di avermi persa. Spinta dall'ultima briciola di speranza, arranco agonizzante verso il banco dei bagagli smarriti. I didn't get my luggage, piagnucolo a un omino stempiato. Lui controlla qualcosa al pc e, sorpreso, afferma che tutte le valigie  imbarcate sul volo XXX sono state consegnate. Una vocina dentro la mia testa gli dà cortesemente del pirla e gli faccio notare che a me non è stato consegnato proprio un fico secco. L'omino stempiato medita qualche secondo sul da farsi, si scusa e scompare dietro una porta. La vocina nella mia testa gli dà di nuovo del pirla, questa volta un po' meno cortesemente di prima (un'altra vocina le fa presente che non è colpa di quel poveretto se il mio trolley blu è finito a Cuba, ma lei non le presta molta attenzione). Tuttavia, qualche minuto più tardi, accade l'inaspettato. L'omino stempiato rispunta da dietro la porta e si dirige a passo svelto verso di me, trascinando il mio fedele compagno di viaggio, in un misto di imbarazzo e soddisfazione. Mi spiega velocemente che la valigia, una volta scaricata dall'aereo, era stata dimenticata nonsobenedove e non era stata immessa sul nastro trasportatore del ritiro bagagli. Vi lascio un minuto per riflettere su questa cosa. 

Bene, riprendiamo. Non ricordo se l'EH?! che mi nasce spontaneo adesso mi sia uscito davvero. So per certo che la vocina dentro di me gli ha dato nuovamente del grandissimo pirla, prendendolo come capo espiatorio, mentre l'altra vocina già lo nominava senza indugio eroe e salvatore della patria. Quella sera, su un taxi diretto nel centro di Londra, la triste immagine del mio trolley blu ubriaco fradicio sul letto di un bungalow alle Antille veniva velocemente sostituita dall'inquietante pensiero del mio povero tesoro abbandonato a sé stesso nei meandri del terminal, ammaccato e infreddolito nell'umidiccio inverno britannico. Tutto è bene quel che finisce bene, insomma. E meno male che esistono gli ometti stempiati! 

Su, su, ora voglio sentire le vostre disavventure aeroportuali. Un po' di terapia  di gruppo non può che aiutare a superare i traumi, no? 

giovedì 10 settembre 2015

Università | Ciò che so ora e avrei voluto sapere due anni fa

Per molti giovani neodiplomati settembre è il mese dei test di ammissione all'università, delle lunghe attese, dell'ansia, ma, ancor più, dell'emozione e dell'incertezza per l'inizio di questa nuova avventura. Per me, ormai avviata lungo l'estenuante il meraviglioso cammino verso la laurea, è il momento di tirare un po' le somme. Di pensare e capire quanti passi ho fatto, quanti sono stati in salita e quanti in discesa, quanti ancora dovrò farne.

Ho cominciato l'università due anni fa, con tanti sogni campati in aria e le idee ironicamente più chiare allora di quanto non siano adesso. Sceglievo un corso di laurea con un nome un po' troppo lungo, Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani, tant'è che i miei parenti ancor'oggi non hanno ben idea di cosa io stia facendo e mia nonna si ritrova a raccontare alle amiche che sua nipote "studia per fare la Boldrini" (no, tranquilli, non ho né ho mai avuto la benché minima idea di darmi alla politica). Il primo impatto con la nuova realtà è stato ottimo: amavo tutto, corsi, compagni, professori, libri di economia politica da 900 pagine di cui non capivo un'acca ma che mi facevano comunque sentire una studentessa in erba. Saltellavo come un grillo (o come Heidi che corre dietro alle caprette) tra una lezione e l'altra e mi sembrava di marciare spedita verso il futuro roseo che ero convinta di desiderare. La vivevo come un'esperienza totalizzante. Studiavo, studiavo, studiavo, ma, in fin dei conti, imparavo poco ed ero poco

Poi sapete com'è, no? Si cresce e si cambia e nulla va esattamente come era stato programmato. Ho dovuto sbattere la testa contro un muro una mezza dozzina di volte per capirlo, ma alla fine ci sono arrivata. Ciò che volevo allora... non lo volevo davvero. O, perlomeno, ciò che volevo allora non lo voglio più. Scoprirlo è stato frustrante, perché mi è sembrato di dover rinunciare a tutto ciò per cui avevo lavorato fino a quel momento. Mi sentivo come se avessi camminato a lungo su una piacevolissima strada asfaltata, che a un certo punto si era interrotta, per lasciare spazio a un sentiero dissestato e malmesso, pieno di buche, fango, arbusti. Non sapevo cosa fare. Dovevo tornare indietro? Cercare un altro percorso, ricominciare tutto da capo? Sedermi lì e aspettare che qualcuno sistemasse la strada per me? Alla fine ho scelto di andare avanti. Ed è lì che è iniziato il bello. 

Nel momento in cui ho smesso di vivere per l'università e per quell'ipotetico futuro, ho iniziato a lavorare per me stessa. A costruire me stessa. Ho continuato a studiare i miei libri e a preparare gli esami, senza tuttavia considerarli come chissà quale manna mandata dal cielo, rivelatrice di qualsiasi verità nascosta, ma leggendo, conservando ciò che ritengo utile o importante, creandomi idee e teorie - che magari sono pure sbagliate, ma sono mie. Soprattutto, ho imparato a mettere da parte i libri di tanto in tanto per dedicarmi a tutt'altro e a non sacrificare ciò che mi sta davvero a cuore. Qualche giorno fa un'amica mi ha scritto, allegando l'immagine qui a fianco. Le cose che ti appassionano non sono casuali, sono la tua vocazione. Vero, no? 
Dopotutto, al giorno d'oggi l'università (soprattutto le facoltà umanistiche) danno sempre meno certezze in fatto di sbocchi occupazionali e probabilità di trovare lavoro. Quindi, ho smesso di considerarla come la mia unica ragione di vita, la mia unica possibilità: è, invece, una sorta di grande contenitore pieno zeppo di nozioni ed esperienze, da cui io posso pescare per mettere insieme ciò che davvero mi serve. Toccherà a me, alla fine, esser brava abbastanza da unire ciò che ho imparato grazie alla laurea con tutto quello che è stata la mia vita al di fuori dell'università e presentare al mondo (o a chi di dovere) un progetto basato su me come persona completa, e non semplicemente su un ruolo che ho imparato a ricoprire. Certo, è più difficile e faticoso, ma ne vale la pena

Ho valutato a lungo se pubblicare o meno questo post, principalmente perché non è altro che un lungo soliloquio in cui non sono neppure sicura di essere riuscita ad esprimere correttamente tutto quello che ho in testa. Sono solo i miei pensieri e non voglio insegnare niente a nessuno: dovevo solo metterli nero su bianco. Tuttavia, so che non sono stata la prima, né sarò l'ultima, ad essersi trovata a un bivio e ad essersi fatta prendere dallo sconforto. Quello che auguro a tutti i futuri universitari, o a chi già c'è dentro e non sa come uscirne (o se uscirne), è di sfruttare al massimo i prossimi tre o cinque anni per esplorare chi siete, cosa volete e cosa non volete, quali sono i vostri punti di forza, le cose per cui vi sacrifichereste e quali sono invece quelle a cui non potreste mai rinunciare. In base a questo, decidere dove andare dal bivio in poi sarà facile. 

lunedì 7 settembre 2015

Torna il fresco e torno anch'io

Ciao ciurma! 
Sono qui per presentare il mio nuovo romanzo intitolato
"Ma ce la fai a scrivere più di un post al mese?!
in uscita quest'oggi in tutte le migliori librerie d'Italia. Stavo pensando di tradurlo in una quindicina di altre lingue, ma ho scoperto di essere troppo pigra e complessata per portare a termine l'opera.

Scherzi a parte, finalmente quest'estate tremenda sta volgendo al termine e, se il Signore lassù mi aiuterà, d'ora in avanti dovrei tornare ad essere più attiva. A dirla tutta, sto cercando in ogni modo di limitare il tempo che passo davanti al pc, dato che, per motivi a me non troppo chiari, da qualche settimana i miei occhi bruciano e lacrimano in continuazione e lo schermo retroilluminato non porta un gran sollievo. Tuttavia, ci sono diversi post che ho in programma di scrivere e, con il supporto del mio fanclub composto prevalentemente dal mio gatto e dai peluche che ho sulla mensola qui di fronte, riuscirò senza dubbio a organizzarmi. 

Da quando mi sono diplomata, l'estate ha smesso di essere la mia stagione preferita. Ad essere sincera, non ho mai tollerato il caldo e l'afa, ma perlomeno durante il liceo questi tre mesi significavano poco (o niente) studio, viaggi in giro per il mondo e dormire fino a tardi. Ora, invece, in estate gli esami si susseguono uno dopo l'altro senza badare granché al calendario, non ho il tempo di viaggiare e mi alzo comunque troppo tardi perché prima delle 10 di mattina non riesco a trovare il coraggio di mettere il naso fuori dalle coperte. Insomma, ormai d'estate fa solo troppo caldo e da metà maggio in poi finisco a singhiozzare in un angolino (preferibilmente sotto il condizionatore) supplicando chi di dovere di mandarmi la pioggia e, perché no, pure la neve. E Babbo Natale. Sì, avrei giusto due o tre favorini da chiedergli. 
Ergo, ora che le temperature si sono abbassate e mi sono auto-dichiarata in vacanza fino al primo di ottobre (con buona pace delle lezioni universitarie che iniziano la settimana prima), posso finalmente tornare operativa. 

Quindi, ciurma, ci risentiamo presto (stavolta spero per davvero)! 
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